Nel gennaio del 1988, il manifesto pubblicava un articolo scritto da Attilio Tronconi, ricercatore della Asea Brown Boveri e dal sottoscritto, allora segretario della Cgil Lombardia contro un progetto dell’Enel per costruire una centrale off-shore da 2500 MW al largo delle coste emiliane nell’Adriatico. Questa storia delle trivelle in mare, per cui andremo a votare il 17 aprile, ha alle spalle antenati ben irresponsabili, politicamente e economicamente egemoni prima dei referendum sul nucleare e la cui eredità perdura nei governi attuali, nonostante le formali adesioni di premier e ministri agli obiettivi della recente conferenza di Parigi.

centrale ENEL off shore8Manifesto

Risottolineo oggi, con quell’articolo sottomano – e rileggendo la ripresa scandalizzata della notizia di una centrale in mare in un numero monografico de “il Mondo” del 20 febbraio del 1988 e in un servizio di Panorama del 31 gennaio 1988 – la mancanza di cura, se non la temerarietà, con cui la classe dirigente trattava l’ambiente prospiciente le spiagge allora inquinate per l’eutrofizzazione.

L’allora ministro Battaglia, punto nel vivo dalla vittoria dei Sì al referendum per la cessazione del nucleare, a colpi di fiducia in Parlamento e con il placet del Cipe e del consiglio di amministrazione dell’Enel, aveva dato il via libera:
a) alla riconversione dell’impianto nucleare in costruzione a Montalto di Castro in un polo termoelettrico da ben 3300 MW,
b) alla proroga del sovrapprezzo termico sulle tariffe dell’elettricità, al fine di trasferire all’Enel alcune centinaia di miliardi di lire a titolo di risarcimento per il blocco nucleare,
c) alla riserva di ulteriori 3000 MW per nuovi impianti e ripotenziamenti di quelli esistenti.

In spregio alla partecipazione democratica e al diritto all’informazione, le decisioni sulla politica energetica venivano assunte in organismi ristretti, per rassicurare gli interessi intaccati da un referendum popolare. Non a caso, il mese prima l’Enel aveva approvato il finanziamento per 33 miliardi di lire della progettazione esecutiva di una centrale off-shore da 2500 MW al largo delle coste emiliane. La realizzazione di una centrale termoelettrica su un’isola artificiale era indicata tra le ipotesi del Piano Energetico come una soluzione da prendere in considerazione, ma solo dopo il 1995. Per il potente ministro dell’Industria c’era bisogno di “andare a mare” al più presto, ponendo la localizzazione dell’isola artificiale “nel mare Adriatico in una zona compresa fra i 10 e 30 Km, in cui possibilmente risulti presente nel corso dell’anno una foschia così da renderla invisibile dalla spiaggia”. Veniva altresì suggerita la preferenza di localizzare l’isola e il porto di rifornimento fuori dalle acque territoriali in modo da non pagare le imposte sui combustibili, l’Iva e l’imposta di fabbricazione.

Evidentemente si dava già allora per auspicabile la strada (o l’autostrada) di proliferazione di impianti di estrazione e trattamento di gas e petrolio al di là delle implicazioni che riguardano la sicurezza militare, i vincoli di spostamento dei lavoratori addetti, l’impatto ambientale, la pesca, il turismo, lontani dal controllo sociale e in grado di minimizzare (almeno alla vista) l’impatto ambientale, con controlli delegati alle sole istituzioni centrali esautorando le Regioni e le autonomie locali. Quel disegno è stato contrastato dalla coscienza popolare cresciuta durante la campagna referendaria sul nucleare, che oggi, nel caso dei fossili il governo ha voluto eludere. Sarebbe stato magari messo in cantiere, al prezzo di un restringimento della democrazia e di un accentramento dei poteri di decisione ogni volta che si profila un cambiamento della portata dell’abbandono del nucleare e, oggi, del passaggio alle rinnovabili.

Scrivemmo in quell’articolo del 1988: “Non si dà riconversione ecologica dell’economia senza più democrazia. Gli obiettivi della politica energetica vanno attuati con il concorso e il consenso della popolazione, con il contributo delle forze sociali e con il più vasto apporto delle forze intellettuali”. Quel vizio di fondo di considerare l’ambiente – e quello marino in particolare – un aspetto residuale è rimasto quasi intatto dopo quasi 30 anni in una ristretta cerchia delle classi dirigenti e il referendum di domenica ne riscopre gli enormi limiti in una prospettiva temporale che si fa sempre più stringente.