Tutti uniti contro il grande smemorato di Venezia, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, il padre del Mose che, dopo aver pagato a destra e a manca, alla fine ha vuotato il sacco, mettendo nei guai decine di politici, imprenditori e faccendieri. Da tempo emigrato negli Stati Uniti, malato, non trasportabile in Italia per deporre e incapace di ricordare, il padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova è l’architrave del processo per corruzione che si apre giovedì 14 aprile nel Tribunale lagunare. Proprio per questo diventerà un bersaglio (sfuggente) da confutare nella sua credibilità, nonostante abbia superato innumerevoli volte il vaglio dei giudici in udienze preliminari, riti abbreviati e ricorsi contro le misure cautelari emesse a partire dal giugno 2013. Quello che va ad incominciare è l’unico dibattimento pubblico per lo scandalo che ha decapitato la classe politica veneta e portato alla luce uno scialo senza precedenti di denaro pubblico, dietro la facciata dell’emergenza da acqua alta e della necessità di salvare con un sistema di dighe mobili la città fragilissima che sorge sull’acqua.

Gli imputati sono otto, residua pattuglia di un centinaio di indagati che hanno preferito definire con riti alternativi le rispettive posizioni (come l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan). Del gruppetto fanno parte, tra gli altri, Giorgio Orsoni, avvocato ed ex sindaco di Venezia, Lia Sartori, ex europarlamentare di Forza Italia, Altero Matteoli, già ministro delle infrastrutture e dei trasporti in un governo Berlusconi, Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato alle acque, e l’imprenditore romano Erasmo Cinque, amico di Matteoli. Cercheranno di rendere inutilizzabili o di smantellare le centinaia di pagine di verbale firmate da Mazzacurati, che hanno permesso al procuratore aggiunto Carlo Nordio, ai sostituti procuratori Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, di costruire un’inchiesta monumentale.

Sul fronte dell’attendibilità di Mazzacurati i difensori di Lia Sartori (accusata di un finanziamento illecito di 100 mila euro) sono pronti a giocare le carte più pesanti. Nella lista testi presentata dagli avvocati Pierantonio Zanettin e Alessandro Moscatelli figurano infatti alcuni medici, in particolare un neurologo, che sosterrebbero come il presidente del CVN avesse difficoltà di ricordare con precisione già nel 2011-12. E’ il tentativo di dimostrare che, se non ha mentito intenzionalmente, può comunque aver confuso date, circostanze, dazioni di denaro e persone che ne avrebbero beneficiato.

Su questa strada si avvieranno anche gli altri difensori, a cominciare da Francesco Arata e Carlo Tremolada che assistono Orsoni, l’ex sindaco di Venezia eletto nel 2010 da una coalizione di centrosinistra. E’ la posizione forse più controversa. Orsoni, accusato di aver percepito 400 mila euro da Mazzacurati per finanziarsi la campagna elettorale, finì ai domiciliari, ma nel giro di qualche giorno decise di collaborare. Negò nella sostanza di aver saputo che il Consorzio aveva contribuito lautamente alle sue spese elettorali, ma diede ai Pm qualche conferma, sufficiente per farlo tornare in libertà, con un accordo di patteggiamento così basso da indurre però il gup a non accoglierlo.

Adesso Orsoni spergiura la propria innocenza, sostenendo che non si occupò di soldi e spese elettorali, ma che a farlo erano i maggiorenti del Pd veneziano, oltre al suo mandatario. I rapporti con Mazzacurati, poi, non erano idilliaci. Il sindaco voleva che i finanziamenti della Legge Speciale andassero alla città di Venezia, l’ingegnere avrebbe voluto tutto per il Mose. E’ per questo che Orsoni ha citato come testimoni due politici di primo piano, ma di diversa appartenenza, come Gianni Letta, ex sottosegretario di Palazzo Chigi all’epoca di Berlusconi, e dell’ex ministro Corrado Passera. Dovrebbero confermare che Orsoni e e Mazzacurati non avevano alcun accordo sotterraneo, anzi erano rivali.

Per l’ex ministro Matteoli, infine, l’accusa di corruzione riguarda 550 mila euro asseritamente ricevuti per favorire l’assegnazione all’amico imprenditore Erasmo Cinque di lavori di bonifica a Marghera. Inizialmente Matteoli era indagato per due distinte dazioni, ma a dicembre i Pm hanno riformulato l’accusa ritenendo che il denaro “faceva parte del medesimo disegno criminoso” e che Matteoli non sarebbe intervenuto su più fatti in base a più richieste, ma nella continuità di un accordo senza limiti di atti e di tempo.