Dobbiamo ringraziare gli autori del vile oltraggio vandalico che ha danneggiato la stele commemorativa di Pier Paolo Pasolini, eretta nel luogo dove fu massacrato la notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975. Dobbiamo farlo perché, nella loro consueta eleganza, hanno tributato il più alto omaggio al Poeta e Maestro (lui fu questo): dimostrare che 40 anni dopo, fa ancora paura. Il gesto è probabilmente una risposta a La Macchinazione, il film di David Grieco (amico e collaboratore di Pasolini), che ricostruisce, in maniera purtroppo plausibile, la verità di quella tragica notte. Un film da vedere e rivedere, realizzato in tempi brevissimi, con un budget limitato, ma che trabocca passione, rispetto, ricerca della verità.

Certo, i critici snob col dito sempre puntato, potrebbero sottolineare alcuni difetti dell’opera: Massimo Ranieri è tanto impressionante nella somiglianza (come seppe riconoscere lo stesso Pasolini) e impeccabile nella mimesi, quanto straniante nel suo lieve accento napoletano; Matteo Taranto è bravissimo nello sfoderare una vasta gamma espressiva tra l’aspirante gangster e il disperato di periferia, ma il suo romanesco ricorda quello del Rugantino di Celentano; la scena in cui Pasolini ha la visione dell’attuale Matrix contemporanea è maldestra. Tutto vero. Ma consentitemi: chi se ne importa. A differenza del precedente di Abel Ferrara (che mostra una visione laccata e pruriginosa dell’autore friulano), La Macchinazione è una testimonianza straordinaria perché, secondo la lezione di Pasolini, usa il cinema per ricostruire una verità nascosta da 40 anni. Come il suo amico e maestro scrisse in un celebre articolo sul Corriere della Sera (forse, la sua condanna a morte), Grieco sa come è andata quella sera, ma non ha le prove. E nel film (e ancor più nell’omonimo libro pubblicato da Rizzoli), proprio come scrisse Pasolini, svolge il vero ruolo dell’intellettuale che “coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Il film ricostruisce 40 anni di prove evidenti ma ignorate, di testimonianze cruciali ma inascoltate, di evidenti legami mai approfonditi dagli inquirenti. Una mole imponente di indizi seppellita sotto l’epitaffio qualunquista: “Era un frocio che se l’è cercata”. La versione ufficiale, secondo cui Pino Pelosi avrebbe ucciso Pasolini investendolo per sbaglio con la sua macchina dopo averlo picchiato in reazione a un tentato stupro, è semplicemente ridicola. La tesi di Grieco è che quella sera c’erano due macchine e almeno sei persone a uccidere il poeta: Pelosi fu un’esca per un’imboscata. Pasolini sapeva troppo. Complottismo?

Potremmo toglierci il dubbio, documentandoci. Ad esempio, valutando che: la prima sentenza ritenne impossibile che Pelosi avesse fatto tutto da solo; il corpo di Pasolini era martoriato e pieno di sangue ma Pelosi ne aveva solo poche macchiette sulla camicia; nella macchina sono stati ritrovati oggetti che non appartenevano né a Pelosi, né a Pasolini; per passare inavvertitamente sul corpo fu necessario fare una manovra complicatissima (Pelosi non aveva la patente) nella quale si spaccò un palo, ma la macchina di Pasolini era intatta; il terreno era pieno di buche, con copiose tracce di olio (come il corpo di Pasolini), ma anche la coppa dell’olio era intatta; le analisi sul corpo mostrarono che evidentemente gli erano passati addosso apposta più volte; Pasolini stava scrivendo Petrolio in cui denuncia la P2 sei anni prima che venissero scoperte le liste di Gelli, e in in cui descrive la bomba alla stazione di Bologna 5 anni prima dell’effettivo attentato; Sergio Citti fu avvicinato pochi giorni prima da membri della Banda della Magliana per trattare la restituzione delle bobine di Salò; Pelosi ritrattò dopo 30 anni la confessione dicendo che era stato minacciato; numerosi testimoni parlarono di almeno 5 persone che massacravano il poeta; avvocati e consulenti psichiatrici dietro la versione ufficiale erano legati all’estrema destra e alla Banda della Magliana. La lista potrebbe continuare ancora per molto, come nelle 250 pagine del libro. Dettagli, eh. Pasolini non era certo un intellettuale scomodo che aveva dichiarato di sapere chi aveva messo le bombe nelle piazze e stava scrivendo un dossier sui legami tra politica, industria e criminalità legata all’estrema destra. Era solo “uno che se l’è cercata”. La verità.