Gli scioperi e le manifestazioni di oggi a Parigi e nel resto della Francia contro il progetto di legge El Khomri sul mercato del lavoro (dal nome del ministro competente, Myriam El Khomri) vanno al di là del dissenso nei confronti di quello che a Parigi chiamano “il Jobs Act alla francese”, in riferimento al provvedimento italiano. La protesta si sta trasformando in un vero e proprio test politico sul governo di Manuel Valls e soprattutto sul presidente François Hollande, reduce da altre sconfitte e profondamente basso nei sondaggi.

Revisione costituzionale? Niente da fare – È forse cinico da sottolineare ma gli unici momenti di grazia per Hollande da poco più di un anno a questa parte sono stati gli attentati del gennaio 2015 e quelli del 13 novembre: in nome dell’unità nazionale, soprattutto dopo il discorso solenne che il presidente aveva tenuto il 16 novembre a Versailles, era risalita la sua popolarità, malmessa per altre ragioni (la crisi economica, in particolare). Sono trascorsi poco più di quattro mesi da quel discorso e la situazione si è già capovolta. Mercoledì Hollande ha dovuto addirittura rinunciare alla revisione costituzionale che aveva annunciato proprio quel 16 novembre e che doveva rappresentare la sua riposta al terrorismo islamico. Nel “pacchetto” aveva inserito anche la “decadenza della nazionalità” per i condannati per reati di terrorismo: una proposta avanzata da tempo dalla destra e che, in quest’ultimo dibattito, ha diviso inesorabilmente la sinistra. A tal punto che Hollande ha dovuto fare marcia indietro su tutta la revisione: “Una perdita di credibilità supplementare”, ha commentato Alain Juppé, del partito dei Repubblicani (centro-destra), uomo politico ora molto popolare in Francia.

Al di là della legge El Khomri – Non è che diventerà il prossimo voltafaccia del Presidente? È quello che più si teme all’Eliseo. Quella del mercato del lavoro è una delle riforme strutturali promesse da Hollande fin dagli inizi, dopo la sua elezione, nel 2012. Si è ridotto solo ora, a tredici mesi dalle prossime presidenziali, a cercare di vararla. Comprende una serie di misure che cercano di introdurre maggiore flessibilità. Punta a rendere più facile il licenziamento di tipo economico e affida al negoziato a livello dell’azienda un potere maggiore, soprattutto per la gestione delle ore lavorative. In realtà il progetto è già stato annacquato notevolmente da Valls e dai suoi ministri, di fronte alle prime proteste. Ad esempio, è stata eliminata una norma che prevedeva di limitare gli indennizzi previsti per il lavoratore in caso di licenziamento. Ma neanche così il governo è riuscito a placare le ire dei sindacati, che oggi scendono in piazza (tutti ad eccezione della Cfdt, il più moderato e filogovernativo) per chiedere il ritiro puro e semplice del progetto di legge. “Non rinunceremo a questa riforma audace, intelligente e necessaria”, ha detto stamani il premier. Ma le proteste di massa fanno paura.

Per Hollande, il 2017 è ormai un miraggio – Fino a pochi giorni fa a Parigi si dava per certa la sua volontà di ripresentarsi nella corsa delle presidenziali del 2017. Ma, pochi giorni fa, secondo gli ultimi sondaggi Ipsos, Hollande perderebbe al primo turno contro qualsiasi candidato della destra (tanto più contro Juppé, per ora il favorito alle primarie dei Repubblicani). Anche i vertici del Partito socialista, compreso il segretario generale Jean-Christophe Cambadélis, che fino a poco tempo fa davano per scontata la candidatura di Hollande, chiedono ora le primarie anche per la gauche. Intanto a febbraio 38.400 nuovi disoccupati si sono aggiunti all’esercito dei senza lavoro francesi. Il tasso di disoccupazione, che oscillava intorno al 10% a fine 2015, sta risalendo in questi mesi, mentre una delle promesse maggiori di Hollande, già in campagna elettorale, era stata quella di invertire l’andamento in crescita di quel parametro: missione per ora incompiuta. Decisamente rien ne va plus per il Presidente.