Piccola premessa: un tempo funzionava così, le case discografiche trovavano un artista e decidevano di investire su di lui. Costruivano su di lui un progetto, facendo lavoro di studio, lavorando sui live, lo testavano sul mercato una, due, tre, fino a cinque volte. Se l’artista c’era, in genere, entro i primi cinque album trovava una propria dimensione, una propria scrittura, una propria voce, e quindi un proprio pubblico. Non sempre andava così, perché a volte non c’era l’artista o più semplicemente perché a volte non c’era il pubblico di riferimento. Pazienza, ci abbiamo provato.

Coca cola summer festival-Prima serata

Oggi le cose vanno diversamente. La discografia è sostanzialmente morta, e ha appaltato alla televisione tutto il lavoro di scouting e di progettualità. Quindi, sostanzialmente, se c’è qualcuno che possa anche vagamente somigliare a un artista lo si prende e lo si butta sullo schermo. Si cerca di costruirci una narrazione intorno (vedi alla voce: storytelling), gli si costruisce direttamente un pubblico, lavorando sia sull’immagine che sulla familiarizzazione. Poi, una volta che si è creata una fanbase, fanbase basata solo e esclusivamente sul personaggio, non certo sul repertorio o sul talento, si lavora a un progetto discografico, spesso tirato via piuttosto velocemente, perché è il prodotto che serve, non certo l’opera d’arte, e si testa il mercato partendo già da un venduto assicurato. Chiaramente, nel mentre che un artista, chiamiamolo così, è uscito, un talent avrà sfornato un altro personaggio, per cui parte del pubblico si sarà distratta su quello nuovo, a discapito del vecchio.

Così succede che ci sono personaggi che durano una stagione, altri che durano un po’ di più, perché magari trovano nuove strade, vedi altri programmi televisivi, come l’Isola dei Famosi o Tale e Quale Show. Altri, ancora, che azzeccano una canzone, spesso casualmente, perché le canzoni vengono prodotte in serie da un numero ristretto di autori, sempre quelli, Fortunato Zampaglione, Roberto Casalino, Dario Faini, Ermal Meta, Federica Abbate, tanto per fare questo nome, autori che scrivono senza sapere chi poi interpreterà le proprie canzoni, quindi mantenendosi su un mood neutro.

Esiste, infine, un terzo stadio, quello in cui un talento, in effetti, potrebbe anche esserci, ma questa modalità usa e getta non ha dato modo di metterlo in evidenza, allora succede che qualcuno, un manager, un A&R, si ostini a provare a tenerlo in vita, lavorando sulla comunicazione, sui social, sempre tenendo l’arte lontana come fosse la peste.

È successo con Mengoni, e ora stanno provando a farlo accadere per Francesca Michielin. In entrambi i casi si è passati dal Festival di Sanremo, nel caso di Mengoni con la vittoria che poi l’ha portato a presentarsi elegantemente vestito da Armani all’Eurovision, e nel caso della Michielin con un secondo posto alle spalle degli Stadio, fatto che la porterà a sua volta a Eurovision. In entrambi i casi la canzone ha fatto il botto in radio, aprendo possibilità che sembravano sopite. Perché, diciamocelo, l’uscita dell’album di Francesca Michielin, solo pochi mesi fa, non aveva portato praticamente nulla in cascina. Di20 si era rivelato un flop, nonostante il buon esito del singolo L’amore esiste. E proprio quel singolo aveva in qualche modo aperto dibattito, perché in molti avevano ravvisato una somiglianza, quantomeno di intenzione, con Guerriero dello stesso Mengoni. Fatto assai strano, visto che medesimo era l’autore, Fortunato Zampaglione, medesimo il produttore, Michele Canova, e medesima anche la manager dei due, Marta Donà. A nulla era valso il fatto che L’amore esiste risultasse depositato in Siae assai prima di Guerriero, essendo quest’ultima uscita prima all’ascolto del pubblico, tutti avevano accusato, chi più apertamente chi meno, la Michielin di aver voluto seguire un trend vincente.

In realtà, ascoltando l’album intero, di questo si parla in questa sede, ben altri sono i problemi. Perché di problemi ce ne sono, anche in vista della partecipazione della nostra a Eurovision. I problemi sono, fondamentalmente, che ancora una volta ci troviamo di fronte a un bel raccontino, non supportato dall’attrice prescelta per interpretare il ruolo. Si parla di una polistrumentista assai giovane, di talento, capace di confrontarsi coi suoi pari grado internazionali. Tante volte ce lo siamo sentiti ripetere. Anche a Sanremo, se ci pensate, con Francesca messa a suonare improbabilmente un timpano, timpano che poi fortunatamente non si sentiva. Lo stesso accade nei live, dove questo aspetto di polistrumentista moderna, che fa tutto da sola, con la loop station (roba che in realtà abbiamo già visto anni e anni fa, ma siamo italiani, e va bene anche arrivare ultimi in questo), viene reiterato a beneficio di un pubblico superficiale. La Michielin sarà anche una brava polistrumentista, ma di tutto questo non vi è traccia nelle sue canzoni. I brani sono sempre farina di sacchi altrui, nonostante lei co-firmi, a volte, i brani che interpreta.

Le canzoni non si reggono certo sui suoi interventi musicali, a dimostrazione che avere un bravo produttore come Canova, uno più affezionato alle macchine che ai musicisti, porta vantaggi ma anche svantaggi. Le canzoni, soprattutto, suonano sì vagamente internazionali (l’idea del titoli in inglese, supportato da un solo ritornello cantato in quella lingua mette un po’ malinconia, invece), ma solo perché la Michielin, e chi per lei, sta sempre sulla scia lunga di qualche altra artista, inseguendo laddove, vista anche la giovanissima età, ci si aspetterebbe una fuga. Della serie, che senso ha portare a Eurovision una che fa Lorde quando già esiste Lorde, che canta in inglese meglio della Michielin, è titolare di quel particolare genere di pop e soprattutto ha successo verso un pubblico così vasto? Il discorso, volendo rimanere in casa nostra, sarebbe già applicabile a Elisa, che chiaramente è uno dei punti fermi di chi sta costruendo lo storytelling di Francesca Michielin, e in questo l’unica sponda è offerta da un cambio di rotta decisamente più pop e scanzonato della cantautrice di Monfalcone. Chiaramente il team che sta lavorando sulla Michielin è abile nel promuovere, si veda quanto fatto con Mengoni, quindi il fatto che la Michielin sia questo piccolo prodigio potrà anche passare in casa nostra, ma a occhi anche solo un po’ smaliziati tutto questo appare un Marco Mengoni 2.0 (anche lì, ricorderete l’esibizione ridicola di quest’ultimo a X Factor, di fronte a un pianoforte mai toccato). Vero è che squadra che vince non si cambia, ma ogni tanto, piccolo suggerimento, diversificare sarebbe d’aiuto. Diversificare trama, quindi. Ma anche diversificare squadra di autori, di produttori, lavorare un po’ di più sul talento che si ha sottomano, se talento c’è. Non basta un tamburello a fare di una ragazzina una grande artista. Non basta un singolo che funziona nelle radio italiane a farne una popstar con ambizioni internazionali.