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La sua storia, per certi versi, ricorda la trama di due film famosi: uno è Into the Wild di Sean Penn, l’altro è Once diretto da John Carney. Perché Matteo Terzi, in arte Soltanto, come Christopher McCandless, il protagonista del film di Penn, subito dopo la laurea, abbandona la famiglia e un lavoro sicuro per intraprendere un viaggio attraverso l’Europa e iniziare una vita randagia inseguendo i propri sogni. Perché “non esiste gioia più grande dell’avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso…”.  Così nell’estate del 2010 comincia a girare l’Europa con la sua chitarra “Cristina”: e come il protagonista di Once interpretato da Glen Hansard, Soltanto suona per le strade sognando di realizzare un album tutto suo. E infatti parte da Lione, arriva fino a Tenerife attraversando Montpellier, Perpignan, Barcellona, Tarragona, Madrid e tante altre città in cui incontra centinaia di persone che condividono la sua musica e gli offrono ospitalità. E dopo tanto peregrinare, nel 2012 pubblica il primo album d’inediti, intitolato Le chiavi di casa mia, grazie alla raccolta di fondi con il crowdfunding, venendo invitato a esibirsi in rinomati locali, come La Salumeria della Musica di Milano, le Officine Creative Ansaldo di Milano e l’Auditorium Parco della Musica di Roma, e vendendo migliaia di copie del suo album. Dopo essere tornato in Italia al termine del suo secondo road tour, Soltanto sta per uscire con un nuovo album intitolato Skye, il risultato di questo secondo viaggio che raccoglie le esperienze, gli incontri, gli affetti e i sogni condivisi per strada. Skye uscirà l’8 aprile 2016 e Fermi il tempo di cui presentiamo l’anteprima del video, è il primo singolo estratto.

Matteo come nasce “Soltanto”?
Durante il mio primo viaggio che ho fatto in Europa sei anni fa, girando in autostop, suonando per strada con un altro nome d’arte che era un po’ un omaggio a McCandless di Into the Wild: Max Supertramp. Poi in seguito ho optato per il nome Soltanto.

Inizi la tua attività di busker dopo aver lasciato un lavoro sicuro: oggi riesci a vivere con la tua musica?
Sì, riesco a vivere con la musica, anche se non ho mai pensato di dare una scadenza a questa cosa, l’unico limite è me stesso. Ci rinuncerei solo se avessi impedimenti oggettivi più forti di me. Ho iniziato l’attività di busker a Lione, suonando negli angoli delle strade lontane dal centro, perché all’inizio mi vergognavo un po’, poi però ho scoperto che suonare in strada è una cosa che amo fare e che mi fa star bene. E il bello è che la gente era lì davanti a me entusiasta, che mi donava denaro per poter continuare a viaggiare.

I tuoi genitori come hanno preso questa tua decisione?
Beh, male. All’inizio io stesso avevo difficoltà nello spiegare in modo razionale il bisogno delle mie scelte. Prima di iniziare quest’avventura non avevo mai lavorato nel mondo della musica, mi ero appena laureato alla Statale di Milano, quindi sono andato da loro dicendo che sarei andato via per un po’ per fare questo tipo di esperienza, spiegando che avrei campato con quello che avrei guadagnato suonando in strada. Beh, è normale che non siano state le persone più felici al mondo, però ho avuto la fortuna che non hanno mai provato a ostacolarmi. Non riuscivano a capire fino in fondo le mie ragioni, forse non le capivo neanche io, ma adesso è tutto più chiaro per tutti.

Quanto ti ha influenzato la visione del film Into the Wild?
Mi sono ritrovato anch’io nell’urgenza di rispondere a un dolore fortissimo, che nel caso di Christopher è una figura paterna che gli ha nascosto la verità su certi percorsi familiari. Il viaggio e un enorme bisogno di libertà sono il rimedio che trova al suo malessere. Vedendo questo film ho capito che poteva essere anche per me una buona terapia ai miei dolori, provando a realizzare in piena libertà i miei sogni e la mia idea di felicità.

Qual è generalmente la risposta del pubblico ai tuoi concerti?
Ci sono giorni in cui capita che si fermi ad ascoltarti tantissima gente mentre altri in cui non si ferma nessuno. È difficile emotivamente a volte,  cambia sempre il morale. Ci sono molti fattori che incidono, nelle grandi Capitali europee come Praga o Parigi, è capitato che si fermassero anche 300/400 persone. Capita anche che vai carico per suonare e subito dopo inizia a piovere… Suonare in strada e mettersi alla prova così, comunque,  è un’esperienza impagabile.

Dopo centinaia di concerti in strada e aver prodotto il primo disco stai per uscire con un nuovo album: mi racconti quali sono i momenti in cui hai scritto le canzoni e da cosa sono state ispirate?
Ci sono stati due periodi in cui questo disco è nato: il primo risale a quando quel tipo di vita randagia la vivevo direttamente. Un viaggio durato due anni e mezzo. All’epoca, però, quando provavo a comporre qualcosa, non riuscivo a scrivere nulla che considerassi all’altezza. Guardando a quella condizione  adesso, credo che fossi talmente dentro quelle situazioni con le emozioni che inconsciamente ero molto più concentrato a viverli quei momenti che non a scriverne o a raccontarli.  Avevo messo da parte comunque un po’ di idee e di spunti. Poi c’è stato un secondo momento che ha coinciso con un viaggio in Scozia, durante il quale tutte le canzoni hanno preso forma dopo un lungo periodo di gestazione. Era come se a quelle situazioni fossi riuscito finalmente a guardarle dal di fuori.

Qual è il messaggio che ti piacerebbe venisse colto da chi ascolta Skye?
Nel disco c’è tantissimo dei viaggi che ho fatto, degli incontri e delle esperienze che capitavano lungo il mio cammino. Fondamentalmente per me un disco è come un souvenir che generalmente viene acquistato sull’onda dell’emozione, come il ricordo di un’esperienza. Il messaggio che mi piacerebbe passasse è ‘non è poi così vero che sia difficile lasciare una vita che non ci piace per costruire la nostra. Chiaramente è un passaggio doloroso, non ci sono certezze, alle volte ti senti come se non avessi neanche il pavimento sotto i piedi, ma vivere una vita che non ci piace alla lunga porta agli stessi risultati. Quindi non ci vuole chissà quale coraggio per cambiare vita e prendere in mano la nostra esistenza. È un percorso che può essere doloroso, e con tante ombre però è l’unico che possiamo perseguire’.

E le canzoni di cosa parlano?
Le canzoni parlano di incontri fatti per strada, uno è con un clochard con il quale ho stretto amicizia a Bruxelles, parlo di tutto ciò che mi ha portato a vivere una vita diversa più vicina alla mia idea di felicità. Sono canzoni che parlano di abbandono, che può avere la forma di un amore che finisce o di una persona che viene a mancare. Due anni e mezzo della mia vita sono qua dentro.

Qui presentiamo in anteprima il video di Fermi il tempo, cosa puoi dirci al riguardo?
È una canzone che parla di quel momento in cui siamo fermi e immobili nella nostra vita e aspettiamo che qualcosa dall’esterno possa scuoterci e farci riprendere in mano le redini della nostra esistenza.  È un video girato tra Bibione, Lignano Sabbiadoro e Varigotti. Cercavamo quell’atmosfera in cui il tempo è come se si fosse fermato e ci sono appunto queste cittadine turistiche marittime che d’estate sono piene di turisti mentre d’inverno sembrano città fantasma. È questo il sentimento che volevo ricreare. Per la protagonista del tempo si è fermato, però il suo è un percorso all’interno del suo stato emotivo.