“Se fosse esistita un’intelligence europea o almeno un migliore coordinamento europeo forse adesso non saremmo qui a piangere questi morti”. Erano passati appena quattro giorni dall’attacco dei terroristi di Daesh a Parigi quando l’italiano Gianni Pittella, presidente del gruppo europeo socialista e democratico, lanciava la proposta di creazione di un servizio di sicurezza dell’Unione. Tema che ieri l’Italia riprendeva con forza, ribadito da molti esponenti del mondo politico, dal premier Matteo Renzi al suo predecessore Enrico Letta. Sono passati quattro mesi, l’Europa conta altri morti e di quel progetto non c’è neanche l’ombra. Annunci, bei propositi, promesse di una svolta che probabilmente in pochi vogliono.

Il campo va sgomberato da un equivoco. Quando si parla di “Fbi europea” – come in molti esponenti dem ripetevano ieri dopo il duplice attentato di Bruxelles – si indica una struttura che, almeno sulla carta, esiste già. Si chiama Europol, ha sede in Olanda nella città di La Hague ed ha tra i suoi scopi statutari la lotta al crimine organizzato e al terrorismo. Il problema vero è la sua debolezza. Pur avendo in mano strumenti estremamente potenti – database sofisticati e, ad esempio, la futura gestione del numero identificativo dei passeggeri dei voli, il Pnr – quasi sempre ha una funzione di puro coordinamento richiesto su base volontaria dalla polizia nazionali.

Europol è lo strumento di polizia giudiziaria di un’altra struttura europea, Eurojust, una sorta di procura federale che coordina i magistrati con indagini su crimini che coinvolgono più Paesi europei. E anche questa struttura sul tema del terrorismo negli ultimi anni non è certo brillata per un particolare protagonismo. Se in passato – quando a dirigerla era Giancarlo Caselli – ha avuto un ruolo importante nel coordinamento di inchieste sul terrorismo, oggi mostra sempre di più il lato debole: non può esercitare indagini di iniziativa, limitandosi a coordinare i fascicoli delle procure nazionali, come ha ricordato a IlFattoQuotidiano.it lo stesso Caselli. L’unica struttura esistente in Europa con potere d’iniziativa nelle indagini è l’Olaf, l’ufficio antifrode diretto dall’italiano Giovanni Kessler. Le competenze, però, sono limitate alle truffe sui fondi europei e non entra nelle eventuali indagini penali che spettano sempre ai singoli stati.

La vera questione va letta tra le righe della dichiarazione di ieri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Occorre affrontare questa sfida decisiva con una comune strategia, che consideri la questione in tutti i suoi aspetti: di sicurezza, militare, culturale, di cooperazione allo sviluppo”. In altre parole non è ipotizzabile un servizio di intelligence e di sicurezza nazionale se l’Europa non è in grado di esprimere una visione geopolitica unitaria. Chi è il nemico? Non sempre la risposta è omogenea. La politica estera e militare dell’Unione è una chimera, una sintesi al minimo comun denominatore, soprattutto nel contesto attuale, con uno scenario geopolitico frammentato e complesso. Non sono chiari i rapporti con la Russia, ancor meno le relazioni con i Paesi arabi finanziatori di Daesh. Prevalgono sempre e comunque i singoli rapporti bilaterali, soprattutto in tema economico.

Parlare di fallimento dell’intelligence europea vuol dire puntare il dito sull’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ovvero sull’italiana Federica Mogherini. L’unica struttura di sicurezza esistente dipende – che ha la sigla di EuIntCen – direttamente da lei. Non ha un budget proprio e svolge sostanzialmente un lavoro di raccolta di informazioni classificate per realizzare i report destinati al “ministro degli esteri europeo”. Da quando la struttura è stata creata – nel 2002, all’epoca di Javier Solana – ha ricevuto molto spesso dure critiche per la scarsa qualità dei report.

Secondo il centro studi svizzero specializzato nel tema della sicurezza Cross-border Research Association, molti Stati membri si sono lamentati del fatto di ricevere lo stesso livello d’informazione e analisi presente nelle riviste come il Time, l’Economist o Newsweek, ma in ritardo. Nel 2011, con il passaggio dell’agenzia sotto le dipendenze dell’Alto rappresentante, l’intenzione era quella di rafforzare la struttura. Un buon proposito che si è scontrato ieri con l’attacco nel cuore dell’Europa.