Elisabetta gajarda, Fìdel  un po’ meno. Scatti così diversi che a distanza di pochi giorni avevano fatto il giro del mondo. La sovrana del Regno Unito alla guida di una Range Rover: una nuvola di capelli, un leggero filo di rossetto, gli immancabili orecchini di perle e gli abiti di una elegante 89enne che ha seppellito mode rimanendo sempre fedele al suo stile.

Fidel Castro incontra Francois Hollande

La sovrana del Regno Unito pare proprio gajarda di suo. Un po’ meno sembra esserlo il coetaneo  Fìdel Alejandro Castro Ruz, il “condottiero supremo di Cuba”: simbolo della rivoluzione comunista, il dittatore dell’Havana immortalato con lo sguardo fisso, spesso con le spalle appese nella tuta (della globale Adidas) tanto effetto casa di riposo. Nonostante  le cure ricevute e fantomatici beveroni vitaminici di nuovi druidi, il Líder máximo ha seppellito lo sguardo del conquistatore facendo apparire il rivoluzionario che faceva tremare i polsi con barba e capigliatura incolte.

Elisabetta e Fìdel  tra i più longevi governanti e testimonial loro malgrado del partito dei mai morti. Su google digitanto “morte di Fìdel  Castro” compaiono 307mila risultati (35mila invece le conquiste femminili secondo l’autorevolissimo sito Lovepedia), ma il mito deve rimanere in piedi, costi quel che costi. Quando la salute è un affare di stato. La storia ne è piena: menti offuscate, visi gonfi per le medicine e alterati da trucchi e barbatrucchi scenici garanti di un’immagine che tranquillizzi tutti.

Simboli del potere di cui vengono occultate le condizioni di salute per ragion di stato, lunghe malattie che le note ufficiali descrivono come semplici raffreddori. In un passato recente il presidente del Venezuela Hugo Rafael Chávez Frías disteso nel letto con il viso che sembrava di cera è stato il presidente “virtual” fino alla sua morte avvenuta il 5 marzo del 2013: comunicava solo via Twitter comparendo nelle immagini che venivano diffuse per mantenere il suo ruolo.  A Chávez che si era fatto curare proprio nella Cuba di Fìdel, non era permesso morire per timore di quei cambiamenti negli equilibri politici dell’America  del Sud che avrebbero portato la rimonta di schieramenti più moderati rispetto a quelli di sinistra.

Negli anni ’90 la lunga malattia di Deng Xiaoping rimase tabù per preservare intatto il carisma del leader del partito comunista cinese fautore dell’apertura politica della Repubblica Popolare Cinese con gli Usa che durante la guerra fredda riuscì  a blindare l’irruenza conquistatrice della potenza sovietica. Proprio a Mosca però si consumarono i migliori thriller-medici della storia.

Dall’archivio del Corriere della Sera emerge un’intervista in cui Evghenij Chazov, cardiologo che per 20 anni è stato medico del Politburo, raccontava all’inviato Valentino Paolo i segreti dei potenti che non potevano morire e narrava di vere e proprie faide sanitarie equiparabili a sceneggiature cinematografiche. Eccone uno stralcio: “ Dopo il 1976 Breznev riusciva solo a firmare. Fino al 1982, anno della sua morte, la superpotenza sovietica venne dunque retta da una mummia. Che era per giunta tossicomane. Sì, Breznev era completamente dipendente da sonniferi, sedativi, ansiolitici che prendeva in quantità enorme e quando glieli proibirono, il capo del Cremlino se li faceva passare di nascosto da un’ infermiera. Breznev convinto dai vertici del partito a firmare l’invasione dell’Afghanistan: il povero vecchio non era capace di concentrarsi su un argomento per più di dieci minuti. Ma allora, perché non lo sostituivano? Semplice, perché questo avrebbe scatenato una lotta al vertice destabilizzante per l’Urss. E allora meglio tenersi lo zombi, anche a costo di costruire un mini-ospedale sotto le tribune del mausoleo di Lenin, in caso di malore durante le parate sulla Piazza Rossa”. E rimanendo nell’area geopolitica di quello che era definito il “blocco orientale” non si possono dimenticare le grandi sofferenze palesate nelle ultime uscite pubbliche di un altro uomo che ha lasciato un’impronta indelebile nella memoria: il polacco Karol Jòzef Wojtyla, primo Papa non italiano dopo 455 anni e primo pontefice slavo della storia.

Le cronache raccontano che un giorno rivolgendosi al suo medico personale disse di “trovare spiacevole camminare sapendo di dare spettacolo”. Poi  quelle ultime parole – nell’aprile 2005 – raccolte da chi era al suo capezzale e che fecero il giro del mondo:” Lasciatemi andare”.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it