Ufficialmente sono ancora al vertice di Cosa nostra. Nonostante siano sepolti al 41 bis da svariati ergastoli e le loro condizioni di salute siano molto precarie, Totò Riina e Bernardo Provenzano mantengono ancora lo scettro ideale negli organigrammi mafiosi. Tra gli ultimi tentacoli sopravvissuti di Cosa nostra, però, c’è anche chi vede nella morte dei due anziani capimafia l’unico possibile momento di rilancio dell’organizzazione mafiosa. È quello che emerge dall’ultima inchiesta della procura di Palermo, che ieri ha portato all’arresto di 62 persone, accusate di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, ricettazione e favoreggiamento. È uno dei dialoghi registrati dalle microspie piazzate dal Ros dei carabinieri che svela l’ultimo retroscena di Cosa nostra palermitana.

A parlare è Santi Pullarà, figlio di Ignazio, storico reggente del clan di Santa Maria di Gesù, il boss che negli anni ’80 – secondo il pentito Giovanni Brusca – estorceva 600 milioni di lire all’anno di pizzo a Silvio Berlusconi. “Minchia hai visto Bernardo Provenzano? Sta morendo, mischino (poverino ndr)”, diceva Santi Pullarà, riferendosi probabilmente ad una delle tanti crisi di salute del padrino corleonese. Poi aggiungeva: “Se non muoiono tutti e due, luce non ne vede nessuno: è vero zio Mario?”.

Secondo gli inquirenti quel “tutti e due”, includeva oltre a Provenzano, anche lo stesso Riina. A quel punto lo “zio Mario”, alias Mario Marchese, considerato l’ultimo capomafia di Villagrazia, arrestato nel blitz di ieri, spiegava di essere d’accordo con l’analisi di Pullarà: “Lo so, non se ne vede lustro (luce ndr) e niente li frega. Ma no loro due soli, tutta la vicinanza”. Come dire che per rilanciare Cosa nostra, dovrebbero morire non solo Riina e Provenzano, ma anche i loro fedelissimi colonnelli, e cioè gli altri padrini storici.

E infatti, Marchese faceva poi i nomi dei principali boss corleonesi, quelli che negli anni ’90 si schierarono con Riina e la fazione degli stragisti: i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano di Brancaccio, il cognato del capo dei capi Leoluca Bagarella, e “quello di Castelvetrano”, cioè Matteo Messina Denaro, l’ultima primula rossa di Cosa nostra. Parole pesanti, perché Marchese non è un boss dell’ultima ora: 77 anni, aveva esordito in Cosa nostra come uomo di fiducia di Stefano Bontate. Poi negli anni ’80 tradisce il principe di Villagrazia, assassinato nel 1981 durante la “mattanza“, la seconda guerra di mafia, per passare con i corleonesi, avvicinandosi a Riina.

Trentacinque anni dopo non ha dubbi: per rilanciare Cosa nostra occorre che i superboss muoiano. Provenzano, arrestato nel 2006, oggi ha 83 anni e dal 2012 ha visto le sue condizioni di salute peggiorare costantemente dopo alcune ferite alla testa riportate in carcere: a causa di un costante decadimento cognitivo, la sua posizione d’imputato è stata stralciata dal processo sulla Trattativa Stato – mafia. Sono senza dubbio migliori, invece, le condizioni dell’ottantacinquenne Riina, dopo 23 anni esatti passati al 41 bis, anche se nel febbraio scorso il capo dei capi è stato ricoverato in ospedale per un insufficienza renale. E chissà, forse a quel punto, i boss superstiti hanno sperato che le sue condizioni si aggravassero.