Una contaminazione “significativa, acuta e persistente”, anche di sostanze cancerogene, tale da dover imporre lo stop all’uso delle acque dei pozzi per irrigare i campi e abbeverare gli animali. Perché le conseguenze potrebbero “pregiudicare la sicurezza alimentare e la salute della popolazione”. Così il commissario prefettizio di Brindisi, Cesare Castelli, insediatosi dopo la caduta della giunta in seguito all’arresto del sindaco, ha firmato un’ordinanza per vietare l’uso delle acque di falda in una vasta area a sud della città, dove insiste un grande polo industriale con aziende chimiche, farmaceutiche ed energetiche. Chi ha un allevamento o coltiva vegetali e frutta nei campi che corrono tra un’industria e l’altra non potrà più usare l’acqua dei suoi pozzi. Le analisi fatte dalle stesse aziende e le controprove svolte dal dipartimento brindisino di Arpa Puglia nell’ambito della caratterizzazione di quei terreni non lasciano spazio a interpretazioni: alcuni “indici chimici”, si legge nel documento, sono “eccedenti le concentrazioni soglia di contaminazione”.

Secondo l’Arpa, nelle acque si riscontrano valori alti di “clorurati cancerogeni e non” e di svariati metalli pesanti, soprattutto ferro e manganese ma in alcuni punti anche solfati, nichel e arsenico.  Da qui la decisione del Comune di vietarne l’uso per “evitare che prodotti agricoli contaminati” – soprattutto pomodori, carciofi e angurie, in quei terreni – vengano commercializzati. Una soluzione che il commissario prefettizio definisce “deterrente per ridurre la morbilità (i casi di malattia, ndr) che, recenti studi, evidenziano in forte incremento” nella popolazione brindisina. Il testo del provvedimento è stato trasmesso alla Procura della Repubblica di Brindisi, ai ministeri dell’Ambiente dello Sviluppo Economico e alla Asl che, assieme all’Arpa, dovrà approfondire gli accertamenti riguardo alla “tipologia degli inquinanti rilevati in falda, la loro ubicazione cartografica anche rispetto a quella dei pozzi”, oltre che sulle coltivazioni esistenti e la capacità bioassorbente delle stesse colture.

Nove anni fa, in seguito a un accordo di programma relativo a quei terreni, che ricadono nel Sito d’interesse nazionale da bonificare, il ministero dell’Ambiente aveva incaricato la società Sogesid di elaborare un progetto di messa in sicurezza permanente tramite “barriere idrauliche” cui dovrebbe seguire l’estrazione delle stesse acque e il “successivo trattamento in appositi impianti”. Era il dicembre 2007 ma la progettazione non ha ancora visto la luce e per questo le acque “continuano a essere interessate dalla presenza di una contaminazione” che Castelli descrive come “significativa, acuta e persistente”. Questo ha reso necessario il provvedimento urgente e nuovi approfondimenti e verifiche al termine dei quali, se necessario, il Comune potrebbe adottare “ulteriori provvedimenti per tutelare e salvaguardare la salute pubblica e l’igiene ambientale”.

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