Hanno deciso di fare un passo indietro decretando la decadenza del consiglio comunale di Castelvetrano dopo settimane di polemiche al vetriolo. Un caso più unico che raro quello andato in onda nella città di Matteo Messina Denaro, l’ultimo super latitante di Cosa nostra, dove ventidue consiglieri comunali su trenta hanno deciso di dimettersi dalla carica, autosciogliendo in pratica l’assise cittadina. Un gesto, spiegano, che hanno compiuto “per togliere dall’imbarazzo mediatico la città”.

Il riferimento è per Lillo Giambalvo, il consigliere arrestato in un blitz antimafia, poi assolto e quindi reintegrato in consiglio dopo 13 mesi di carcere. Nelle intercettazioni finite agli atti degli inquirenti, infatti, Giambalvo si vantava dei suoi rapporti con la famiglia di Messina Denaro, spiegava di essere pronto a farsi arrestare per proteggere la latitanza del boss, arrivando ad auspicare la morte del figlio di un pentito. “Se io dovessi rischiare trent’anni di galera per nasconderlo – diceva riferendosi a Matteo Messina Denaro ndr – rischierei: la verità ti dico: ci fossero gli sbirri qua, e dovessi rischiare a mettermelo in macchina e farlo scappare io rischierei. Perché io ci tengo a queste cose”.

Pesantissime anche le parole utilizzate per commentare la collaborazione con la magistratura di Lorenzo Cimarosa, cugino di Messina Denaro, che aveva deciso di saltare il fosso e farsi pentito. “Minchia se ti racconto l’ultima: Cimarosa collaboratore di giustizia! Cose tinti (cose brutte ndr) picciotti miei. Tu te lo immagini? La prima volta se l’è fatta bello sereno la galera e ora si scanta (ha paura ndr)”. Secondo Giambalvo, Messina Denaro avrebbe dovuto intimorire Cimarosa, per bloccarne la collaborazione con i magistrati. “Se fossi io Matteo, ci ammazzassi un figghiu (gli ucciderei un figlio ndr), e vediamo se continua a parlare”.

In quelle stesse settimane, tra l’altro, uno dei figli di Lorenzo Cimarosa, Giuseppe, aveva conquistato notorietà nazionale dopo aver pubblicamente ripudiato la propria parentela con Messina Denaro. “L’accusa nei miei confronti era fondata su intercettazioni e chiacchiere equivocate in sede di trascrizione: prendo le distanze da quanto detto contro di me dai media, perché sono sempre stato vicino a progetti di legalità”, aveva detto Giambalvo il giorno del rientro in consiglio comunale, dove aveva aderito ad Articolo 4, la lista fai da te creata dall’ex deputato regionale Lino Leanza e adesso confluita interamente nel Pd (a Castelvetrano, però, i gruppi consiliari sono ancora separati).

Già nel giorno del suo rientro, a dire il vero, il consiglio comunale aveva prodotto un documento per prendere le distanze da Giambalvo, ma le azioni di dissenso si erano fermate lì: la legge infatti imponeva al prefetto di Trapani, Leopoldo Franco, di reintegrare il consigliere assolto. La vicenda era però diventata ormai di rilevanza nazionale, con Claudio Fava, vicepresidente della commissione Antimafia, che aveva chiesto pubblicamente le dimissioni dell’intero consiglio. Una richiesta che adesso i consiglieri comunali di Castelvetrano hanno deciso di assecondare: la palla passa ora alla Regione Siciliana per la nomina di un commissario che gestisca i poteri del solo consiglio comunale.

Secondo la legge, infatti, il sindaco Felice Errante (Ncd) e la giunta rimangono comunque in carica fino alla scadenza del mandato, prevista per la primavera del 2017. “Ho il dovere di attendere l’arrivo delle commissioni nazionale e regionale Antimafia perché sia sentito e perché restituiscano l’onore a questa comunità. Ho anche il dovere di fare celebrare il referendum abrogativo del 17 aprile. Dopo di che farò le mie valutazioni insieme al mio partito, il Nuovo Centrodestra e deciderò cosa fare”.