La notizia sta già facendo discutere: Nichi Vendola ed Eddy Testa sono diventati genitori di Tobia Antonio. È successo in California, dove la coppia ha potuto accedere alla gestazione per altri (Gpa). Approfittando di tale occasione per augurare alla nuova famiglia ogni felicità, è doveroso fare alcune considerazioni su come tale annuncio è stato accolto nel dibattito pubblico.

Primarie Pd, Nichi Vendola al Voto

Sul piano squisitamente politico, faccio notare il sereno e composto commento di Matteo Salvini: “Disgustoso, turpe”. Cosa ci sia di rivoltante e di abietto nel fatto che una coppia di uomini abbia deciso di far nascere un bambino, è qualcosa che il segretario della Lega dovrà spiegare, un giorno, alla sua coscienza. Se invece il discorso verte sul concetto di maternità surrogata, occorre fare da subito un distinguo. Si parla, sempre più a sproposito, di “utero in affitto”. La Gpa, questo il nome corretto, è una pratica nata decenni fa per le famiglie eterosessuali sterili. Quindi, anche i gay maschi vi hanno fatto ricorso proprio perché in molti paesi era ed è negata la possibilità d’adozione.

Tale pratica è gratuita in molti paesi, a pagamento in altri. Non significa che esistono supermarket di bambini, strappati urlanti a madri costrette a subaffittare i propri organi riproduttivi. Laddove è aperta alle coppie gay, la Gpa prevede che:

1. sia la gestante a scegliere la coppia per la quale portare avanti la gravidanza
2. non vi sia alcun legame genetico tra gestante e nascituro/a (l’ovulo, infatti, non appartiene alla partoriente)
3. la gestante sia economicamente indipendente e già madre di altri figli
4. non vi sia sfruttamento ai danni della donna che partorirà.

Emerge quindi un’evidenza: i due sessi, maschile e femminile, stipulano un patto di “solidarietà” per abbattere i limiti della natura e mettere al mondo nuova vita.

A questi aspetti, aggiungiamone un quarto: nei paesi in cui c’è povertà (India, Ucraina, ecc) e conseguente rischio di sfruttamento, è vietato ai gay di ricorrere alla Gpa oppure di sposarsi. In India essere omosessuali è addirittura reato. In Russia ci sono leggi violentemente omofobe. Questo per sgomberare il campo tra facili relazioni, quanto fasulle, tra “utero in affitto” e omogenitorialità. La donna in contesti come gli Usa o il Canada è, quindi, libera di scegliere di procreare, rimettendo la capacità educativa alla coppia prescelta. La genitorialità si slega all’aspetto prettamente biologico. Le scienze psichiatriche, infine, rassicurano: i figli di gay o di lesbiche non presentano svantaggio alcuno rispetto ai figli delle persone eterosessuali. Che tutto questo faccia orrore al leader leghista è comprensibile, soprattutto alla luce dei suoi commenti e di quelli degli altri personaggi del suo partito sulle altre minoranze. Ricordiamo, per fare un solo esempio, il paragone tra la ministra Kyenge e gli oranghi, di calderoliana memoria.

Nel dibattito comune – i commenti da bar, per intenderci – ci si oppone alla paternità gay agitando il “bene dei bambini”, la “necessità di un figlio di avere un padre e una madre” e ragionamenti simili. Tali emergenze, tuttavia, diventano tali solo quando si tratta di omogenitorialità: nessuno si pone il problema del benessere del minore quando si comprano capi d’abbigliamento, palloni o tappeti prodotti in estremo oriente; nessuno si preoccupa della mercificazione della donna di fronte alla pubblicità offensiva e sessista, al fenomeno della prostituzione o della pornografia, al turismo sessuale per occidentali in paesi dove è tollerato l’abuso sulle minorenni o di fronte alle nuove forme di sfruttamento del lavoro femminile. Pare che la donna e l’infanzia assumano dignità ontologica solo quando bisogna parlar male di un gay che vuol diventare padre. Per il resto, tutto passa in secondo piano. E questa è ipocrisia.

Piaccia o meno, Vendola e il suo compagno hanno fatto una scelta, predeterminando la nascita del loro bambino. Una scelta di vita. E una donna, forte della sua autodeterminazione, ha permesso che tutto ciò accadesse. Il pensiero maschilista e patriarcale non può accettare tutto questo: che la donna possa decidere liberamente su gravidanza e maternità e che coloro da sempre narrati come “deviati” possano assurgere al rango di modello familiare. Al detentore di tale pensiero, non rimane che un’unica reazione: l’insulto. L’unica verbalizzazione possibile, perché in linea con la tensione intellettuale e il rigore morale di cui è intrisa certa mentalità. Di fronte a tutto ciò, non rimane che un unico antidoto: reagire alla volgarità dell’essere con la bellezza della vita. Nichi ed Eddy ci stanno provando. In bocca al lupo!