Potrebbe essere finita. L’avventura di Bernie Sanders candidato alla presidenza per i democratici potrebbe essere vicina arrivata al capolinea. Nonostante i proclami – “Pensiamo di catturare molti degli 800 delegati in palio per il Super Tuesday” – Sanders sa che la sua campagna si avvia alla conclusione. La mappa elettorale dei prossimi giorni appare, per lui, del tutto sfavorevole. Il consenso tra alcuni gruppi dell’elettorato progressista non si è allargato. Hillary Clinton appare tranquilla nella sua posizione di frontrunner, per nulla toccata dalle accuse di essere una candidata dell’establishment finanziario. Per Sanders, dunque, si tratta di prendere atto della situazione. E guardare al futuro.

Il voto in South Carolina ha segnalato la debolezza più forte del senatore del Vermont: quella di essere rimasto il candidato dei giovani, delle élites borghesi e progressiste del Nord-est, di settori limitati della working-class. Se la storia personale di Sanders – figlio di ebrei dell’Est-Europa arrivati senza grandi mezzi a New York – può attrarre una parte del voto ispanico, il suo tallone d’Achille resta il voto afro-americano. La Clinton ha un vantaggio che oscilla tra i 50 e i 60 punti tra gli elettori neri. In sei degli Stati in cui si voterà per il Super Tuesday – Alabama, Arkansas, Georgia, Texas, Virginia, Tennesse – i neri costituiscono tra il 40 e il 60 per cento dell’elettorato. Certo, Sanders può recuperare l’handicap negli Stati del Sud con buone prove nel Nord e nell’Ovest: Oklahoma, Minnesota, Massachussetts, Colorado, Vermont. Ma nessuna vittoria può ribaltare il dato matematico. Il vantaggio della Clinton in termini di delegati, e soprattutto di super-delegati, si sta facendo incolmabile.

Il tema, a questo punto, diventa quindi “che fare dopo”. Sanders può non essere riuscito a sconfiggere la Clinton, il suo potere politico e finanziario, la sua straordinaria macchina da guerra organizzativa. Ma la portata della sua candidatura resta ampia e profonda. Sanders è riuscito a mobilitare, con la sua campagna, migliaia di persone, soprattutto giovani. E’ ancora in grado di raccogliere milioni in piccole donazioni. Il suo messaggio di lotta alle diseguaglianze economiche e di maggiore giustizia sociale è diventato quello con più presa, slancio, attrazione di questa campagna. E i milioni di dollari raccolti in queste settimane gli garantiscono una presenza sulla scena delle primarie almeno fino a primavera inoltrata.

Il problema è però appunto come usare questo straordinario potenziale politico. Nell’immediato, e in concreto, gli scenari più plausibili sono tre. Sanders potrebbe presentarsi alla Convention democratica di Philadelphia – a luglio, quando si designerà con ogni probabilità Hillary Clinton alla presidenza – e, forte di un numero comunque consistente di delegati, potrebbe chiedere che nella piattaforma del partito vengano inserite alcune delle idee e richieste del suo movimento. La contrattazione con la dirigenza democratica, sorpresa dalla forza dimostrata dal senatore socialista del Vermont, potrebbe arrivare sino alla richiesta di influenzare la scelta del vice della Clinton. E i sandersiani potrebbero giungere a chiedere una maggiore spazio per uomini e temi del progressismo democratico in un’eventuale amministrazione Clinton.

Tutto questo fa però parte di una politica di poltrone e istituzioni che poco ha a che fare con le attese e le speranze suscitate dall’ascesa di Bernie Sanders. Quello che Sanders ha infatti prospettato in questi mesi è una “rivoluzione politica”, la capacità di rinnovare i riti di Washington, l’influenza degli interessi particolari, l’espropriazione del bene comune a favore del tornaconto di pochi. Ciò che ha entusiasmato del suo messaggio è la capacità di rimettere il cittadino al centro del discorso politico, di ridare voce e potere a chi ne è stato privato. Ed è su questo messaggio “rivoluzionario” che si addensano dubbi e perplessità, ora che la fase “rivoluzionaria” della campagna si sta chiudendo.

Anzitutto, il prossimo presidente, fosse pure democratico, fosse pure la democratica Hillary Clinton, si troverà a governare con un Congresso – sicuramente la Camera, molto probabilmente il Senato – a maggioranza repubblicana. I temi forti del progetto sandersiano – college gratuito, limiti al potere di Wall Street, sanità universale – non hanno alcuna possibilità di passare. Ciò che potrebbe essere realizzato da un eventuale presidente democratico – una tassa sulle transazioni finanziarie, abbassamento dei tassi di interesse sui prestiti agli studenti, taglio dei costi per i medicinali – è molto lontano dalle richieste che Sanders ha fatto in questi mesi. C’è poi il tema dell’età. Sanders è nato nel 1941. Improbabile che possa presentarsi alle prossime elezioni presidenziali, a 79 anni. Il movimento da lui costruito, centrato in gran parte sulla sua storia, sul suo carisma, sulla sua capacità di connettere un progetto socialdemocratico alla realtà del progressismo americano, si troverà dunque senza un leader forte e capace di tenere la scena politica ancora a lungo.

C’è infine un altro dato generazionale. Il “movimento” creato da Sanders è, in gran parte, costituito da ragazzi e ragazze sotto i 30 anni. Se questo, sul lungo periodo, promette di essere un elemento di forza, capace di orientare in senso progressista la politica democratica, su un periodo di durata più media è invece un handicap. Sono ancora molto pochi i Bernies con speranze di carriera politica. Il Washington Post ha contato circa 30 candidati alla Camera che appoggiano Sanders e che si presentano a queste elezioni; soltanto quattro avrebbero possibilità di vincere il seggio. Oggi sono soltanto 11 i democratici alla Camera con meno di 40 anni. L’età media del personale democratico del Congresso è di 60 anni. Le generazione Sanders dovrà dunque aspettare ancora qualche anno prima di arrivare nei posti che contano.

Con grandi speranze e poco potere effettivo, con molto futuro ma un presente incerto, la “rivoluzione Sanders” affronta dunque i mesi che vengono. Difficile, appunto, molto difficile dire quello che succederà all’enorme potenziale politico e umano sollevato dal senatore. Uno scenario possibile potrebbe essere quello sperimentato con le candidature di Ross Perot nel 1992 e di Howard Dean nel 2004: movimenti sorti come forte critica all’esistente, al presente, alle classi dirigenti di Washington, ma presto riassorbiti dalla politica ufficiale. L’altro scenario richiama un’esperienza per nulla progressista ma che ha avuto ampio corso nella politica e nella società americana: quella della Christian Coalition, emersa dalla campagna di Pat Robertson del 1988 e che, negli anni successivi, è riuscita a influenzare politica e programmi di molti candidati repubblicani. Sarebbe, questo, il modello che molti progressisti USA si augurano: un fiume di idee, tensioni, aspirazioni, progetti che da Sanders 2016 si irradiano alla politica democratica dei prossimi decenni.