Sgomento e indignazione a Bologna – e pure sulle colonne del Corriere della Sera – per l’interruzione di due lezioni di Panebianco Angelo, professore (dal ’76) dell’Alma Mater, da parte degli studenti del collettivo universitario autonomo, che hanno fatto irruzione in aula al grido minaccioso quanto incommentabile di “assassino”. All’origine della protesta (la cui iconografia con lo striscione “fuori i baroni dall’università” fa quasi tenerezza) c’è un editoriale del Corriere della Sera in cui il politologo si domanda se saremo mai pronti a un intervento in Libia a causa della carenza di “cultura della sicurezza”. L’interruzione potrebbe diventare un reato, “violenza o minaccia a rappresentante di un corpo amministrativo”, e alle lezioni di Panebianco è stata assegnata una scorta.

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Scrive il professore sul Corriere: il tentativo dei facinorosi “è fallito grazie alla ferma e indignata reazione dei miei studenti. Quei gruppuscoli hanno ottenuto la pubblicità di cui erano alla ricerca”. O forse erano alla ricerca – pur con modi poco commendevoli – di un confronto con chi di pulpiti ne ha parecchi (la cattedra, i giornali, i convegni)? Dove possono esprimere il loro pensiero gli studenti-dissidenti?

“La democrazia è un regime molto fragile, che si regge sul fatto che in ogni momento la moderazione politica prevalga sull’estremismo. Se riescono a imporsi quelli che considerano l’altro un nemico anziché un avversario, allora la democrazia è agonizzante”. Sul concetto di nemico Panebianco aveva già dato in un indimenticabile editoriale del 2006 sulla tortura come ammissibile risposta all’allarme terrorismo, nel quale se la prendeva con i neofiti della legalità, che hanno trasformato lo Stato di diritto “in feticcio davanti a cui ci si dovrebbe solo inchinare acriticamente”: “Quella fortunata età dell’oro che è stata la lunga pace post ’45 ha reso un gran numero di persone incapaci di mettere a fuoco l’idea di ‘nemico’, il nemico vero, quello che ti ucciderà se non riuscirai a neutralizzarlo. Per queste persone, la guerra è un fenomeno letteralmente incomprensibile”. L’Italia ripudia la guerra, ma si vede che la Costituzione è un dettaglio per signorine sognatrici e pacifiste.

Tornando al cahier de doléances sulle intimidazioni studentesche, Panebianco annota: “Si tenga presente che la democrazia è soprattutto un regime politico che risolve pacificamente le proprie dispute interne”. Ma la democrazia di conflitto e di confronto si nutre. Il clamore mediatico che si è creato attorno alla vicenda, con una pioggia di articoli e attestati di solidarietà al professore martire della libertà, è davvero troppo enfatico, anche perché attribuisce ai ragazzi un’importanza eccessiva.

Loro hanno usato toni violenti, esattamente come lo sono quelli di chi invoca come soluzione la guerra o la tortura (fin troppo facile pensare alla sorte di Giulio Regeni). Ma anche equiparare le posizioni è un errore. E non perché gli studenti “so’ ragazzi” e vanno scusati. Anzi: a loro ulteriore carico va l’aver trasformato Panebianco in un eroe della libertà. Bisogna chiedersi che professore è quello che rifiuta il confronto invece che invitare gli studenti strepitanti, minacciosi e maleducati a dialogare fino a fargli capire quanto i modi sbagliati danneggiano le loro tesi.

Perché non sfidarli a un confronto pubblico? Cos’ha fatto Panebianco per “risolvere pacificamente la disputa”? Provare a smontare le accuse con le idee sarebbe stata un’ottima lezione di pratica della democrazia e avrebbe neutralizzato l’azione di disturbo: ma sarebbe stato come ammettere la responsabilità di un ruolo (dare l’esempio). Docenti e studenti non stanno sullo stesso piano, così come non ci stanno uno Stato di diritto e i terroristi.

Il Fatto Quotidiano, 28 febbraio 2016