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Dato che il mio articolo sul gruppo Bilderberg ha recentemente ricevuto un risposta articolata, mi pare giusto rispondere, non foss’altro che per chiarire gli equivoci. L’articolo di Franco Ferrari è un articolo di chi scrive dalle fila della sinistra e comunque parla in nome di un “noi”, presumibilmente Rifondazione comunista. Poiché io, invece, scrivo in prima persona e penso con la mia testa, senza rispondere a logiche di partito, debbo ammettere che un po’ mi disturba questa logica.

Mi disturba perché essa risponde a presupposti sacrali che personalmente non riconosco: ad es., l’indiscutibilità sacra dell’internazionalismo, la demonizzazione preventiva dello Stato, la validità permanente della coppia destra-sinistra. Pazienza: hic Rhodus, hic salta.

L’articolo di Ferrari desta un effetto paradossale nel lettore perché, in fondo, sembra attaccare il sottoscritto più che il gruppo Bilderberg. Come se il sottoscritto fosse, in fondo, decisamente più pericoloso del gruppo Bilderberg. Come se la priorità fosse smascherare il pericolosissimo Fusaro, che dalle pagine de “ Il Fatto Quotidiano” critica il gruppo Bilderberg con argomenti non convincenti. Anziché cercare di unire le forze, Ferrari crea l’ennesimo frazionamento delle medesime: alla fine, per lui sembra che sia più importante attaccare il sottoscritto che il gruppo Bilderberg. È il capolavoro del potere, i servi che si fanno la guerra tra loro e non sono in grado di verticalizzare il conflitto. E intanto il gruppo Bilderberg continuerà a sfregarsi le mani, mentre noi ci facciamo la guerra tra poveri.

Ferrari sembra, a tratti, accecato dall’ideologia partitica. Addirittura mette in discussione la fonte che ha pubblicato il mio articolo, avvertendo i suoi lettori con tono smascherante che “Il Fatto Quotidiano” è un “giornale molto vicino al Movimento 5 stelle” (sic!). E non finisce qui. Continua, ossessionato, a ripetere che nel mio discorso vi sono elementi di destra ed elementi di sinistra: Fusaro attacca il capitale difendendo i lavoratori, e poi difende pure lo Stato sovrano nazionale. È di destra e insieme di sinistra, progressista e insieme reazionario, comunista e insieme fascista.

Certo, c’è, per Ferrari, il pericolo dell’eterno fascismo di ritorno, che è poi l’ossessione eterna dell’antifascismo permanente a settant’anni dalla benemerita fine del nazifascismo. È un’ossessione che egli condivide, per inciso, con larga parte di una sinistra che con l’antifascismo in assenza di fascismo ha l’alibi permanente per giustificare la propria adesione al classismo capitalistico e il proprio sovrano disinteresse per i lavoratori.

Caro Ferrari, mi permetto umilmente di richiamarmi a Hegel e alla dialettica come unità degli opposti per spiegarle che la difesa dello Stato sovrano nazionale democratico e la difesa dei lavoratori procedono di conserva e sono, come a lei piacerebbe dire, “di sinistra”. Nessuna schizofrenia di destra e sinistra, dunque. Chi vuole stare dalla parte del Servo deve oggi stare anche dalla parte dello Stato sovrano: è questa la realtà dei rapporti di forza, se di questo vogliamo parlare.

La invito garbatamente a porre questa domanda: la rimozione dello Stato sovrano nazionale favorita dalle èlites ha agevolato o ha danneggiato la classe lavoratrice? Sia sincero, non risponda secondo gli automatismi irriflessi di partito e secondo l’internazionalismo di maniera, che peraltro la porterebbe a stare dalla stessa parte degli amabili signori del Bilderberg. Eviti di buttare la palla in tribuna, urlando scompostamente “Fusaro fascista! Fusaro fascista!”. Ragioniamo della cosa stessa, in modo sereno ed evitando le linee prestabilite dei partiti.

La risposta, ovviamente, è la seconda: la distruzione dello Stato sta massacrando, in pari tempo, la classe lavoratrice. Non soltanto in ragione del fatto che ha rimosso la residua forza disciplinatrice della politica sull’economia, ma anche in quanto ha favorito il superamento del momento del conflitto proprio di quella che nel mio “Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo” ho chiamato la “fase dialettica” del capitale. Ha, appunto, lasciato lo sfruttamento rimuovendo il momento contrappositivo e conflittuale che era possibile nell’arena dello Stato nazionale, ove il Servo e il Signore potevano guardarsi in volto e confrontarsi sul campo. Le conquiste e i diritti scaturivano dalle pratiche del conflitto entro lo Stato nazionale, dalla capacità organizzativa del servo cosciente di sé e delle proprie rivendicazioni.

Con lo scavalcamento degli Stati sovrani nazionali, si è rimosso il ring sul quale si svolgeva un conflitto il cui esito non era affatto scontato, scaturendo, appunto, dalle concrete pratiche della contrapposizione. La sovranità nazionale era stata, infatti, la cornice imprescindibile per le conquiste sociali delle classi dominate e per le lotte del Servo. È al suo interno che si sviluppa storicamente il confronto tra forme politiche organizzate di destra e di sinistra, rivali per quel che concerne la diversa idea di distribuzione presupponente la sovranità monetaria dello Stato stesso.

Oggi il Servo non può più vincere, perché, allo stato attuale, non può più nemmeno combattere, costretto com’è, negli spazi globali, a scontare passivamente sulla propria carne viva un cumulo di sfruttamento e di ingiustizie che, come la produzione nel tempo globale, sono sempre più delocalizzate. Ridotto a polo puramente passivo e privo di coscienza, a mero erogatore di forza-lavoro flessibile e precaria, il Servo subisce in silenzio, senza la capacità di assegnare un volto e un nome alla fonte delle sue sofferenze.

Vede, caro Ferrari, per difendere lo Stato sovrano nazionale non bisogna necessariamente essere di “destra”, come a lei piace dire. Lo Stato sovrano nazionale può essere usato a “destra”, per fare politiche di destra, ma può anche – e storicamente è stato – essere usato “a sinistra”, per fare politiche di sinistra (difesa del lavoro, diritti sociali, ecc.). Quel che è certo è che oggi lo smantellamento dello Stato sovrano nazionale è incontrovertibilmente “di destra” (uso ancora, per pura cortesia, le categorie a lei care), giacché serve a rimuovere diritti e conquiste sociali, a promuovere unicamente l’interesse del Signore contro il Servo.

Non è difficile da capire, in fondo: per farlo, però, occorre procedere con la propria testa, senza continuare con il mantra partitico di quell’internazionalismo che è oggi l’interesse portante dei dominanti e non dei dominati.