Non tutto è perduto. Dopo l’addio sofferto al canguro, il Pd prova a recuperare punti, almeno dal fronte animalista. E rilancia sulla difesa dei diritti dei conigli. Proprio così. Una proposta di legge depositata al Senato vuole riconoscere a questi animali domestici lo status finora attribuito a cani e gatti: d’altra parte, dati alla mano l’oryctolagus cuniculus è l’animale più diffuso nelle case degli italiani, dopo ovviamente gli amici a quattro zampe più amati. Ma perché tutelare fido come fosse un figlio e continuare a mangiare i conigli? Il tema sembrerà in effetti minore. La ripresa che arranca, la cura da cavallo che si prospetta sui conti pubblici e da ultimo lo psicodramma sulle unioni civili consumato attorno ad un canguro azzoppato. Sono certo temi più alti: ma ciò non toglie che sia l’ora anche di porre rimedio alla grave violazione dei diritti che si registra tra animali domestici di serie ‘a’ e quelli, i conigli, di serie ‘b’ che avranno pure loro diritto di essere iscritti all’anagrafe e ad avere un microchip.

DALLA PADELLA ALLA BRACE Di qui l’iniziativa dei senatori del Pd Manuela Granaiola, Marco Filippi, Silvana Amati, Daniela Valentini Valentini, Lucrezia Ricchiuti e Maurizio Romani del gruppo Misto che ne chiedono il riconoscimento come animali d’affezione, prevedendo il divieto di vendita, il consumo delle carni e l’utilizzo delle pelli. Se dovesse passare la proposta di legge depositata a Palazzo Madama chiunque venisse colto ad allevarli, a macellarli o a venderne le carni rischierebbe una pena da quattro mesi a due anni e un’ammenda da 1.000 a 5.000 euro per ciascun animale di cui si tentasse il mercimonio. O la cottura in padella. Nessuna attenuante culinaria: alla cacciatora o all’ischitana si rischierebbe comunque grosso.

TUTTI IN FAMIGLIA I dati parlano chiaro: in tutto il mondo vengono macellati oltre 1,2 miliardi di conigli l’anno con un incremento del 90 per cento rispetto a 25 anni fa. A trainare il dato i famelici cinesi, ma si piazzano bene pure gli americani e persino gli africani.  Male invece l’Europa che negli ultimi anni ha mostrato una certa disaffezione, anche se l’Italia difende il suo 25 per cento europeo e rappresenta il 6,9 per cento di tutta la produzione mondiale con 8.000 mila allevamenti intensivi, quasi la metà al sud. “Alla luce del mutato sentimento collettivo” giusto perciò porre un freno al malvezzo di mangiare o trafficare in conigli, sostengono i proponenti, “poiché essi meritano le stesse tutele di tutti gli altri animali che vivono nelle nostre case e che comunque sono inseriti nel contesto familiare”. Battaglia sacrosanta, non siamo mica cannibali. E le pellicce ci fanno venire l’orticaria, non siamo più nei ruggenti anni Ottanta. E che dire dei combattimenti clandestini? Odiosi, anche se di quelli tra conigli non ne avevamo ancora sentito parlare: di qualche coniglio mannaro (razza democristiana) invece si ricordano le imprese, ma è storia da Prima Repubblica.

TIREREMO DIRITTI Vita dura insomma per cuochi e gourmet. Per i pellicciai (di cui si promette l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda da 5.000 a 100 mila euro), e naturalmente gli allevatori che entro il 2020 dovrebbero dismettere l’attività che da quella data sarebbe vietata. E i conigli? Per loro si aprirebbe la strada delle adozioni  o meglio del riscatto da cittadini, associazioni e enti che se ne vorranno prendere cura. Per le aziende la consolazione di agevolazioni a fondo perduto fino ad un massimo di 300 mila euro per aprire una nuova attività. Costo stimato dell’operazione, 10 milioni di euro.