La ‘Ndrangheta ha messo gli occhi su Taranto e sotto la sua influenza c’è già metà provincia. La rivelazione inedita è stata fatta direttamente dalla Commissione parlamentare antimafia, a conclusione della tre giorni di visita istituzionale a Lecce, sede del distretto della Corte d’Appello. Dopo gli ascolti dei magistrati della Dda e dei prefetti, la fotografia è chiara: quello ionico è un territorio a sé rispetto al resto del Salento, dove “la Sacra corona unita sta diventando un sistema alternativo allo Stato, il nuovo Welfare”, ha detto la presidente Rosy Bindi.

Ad accomunare la mafia calabrese che sguazza nel Tarantino a quella leccese e brindisina è il core business degli affari: la droga. Quell’interesse, che le altre criminalità hanno ormai superato, nella Puglia meridionale è il collante che tiene unite realtà anche molto diverse tra loro. “Paradossalmente – è stato spiegato – la forza della Scu sta nella sua configurazione reticolare, senza vertice, con famiglie che si spartiscono pacificamente il Salento. E se questo rende possibili operazioni di smantellamento delle singole realtà, ciò però complica la completa bonifica del territorio”.

A Taranto, dopo la decapitazione del clan Modeo, le ‘ndrine hanno pian piano penetrato la piazza. E il passo dal mercato degli stupefacenti agli appetiti nel resto dell’economia, anche quella legale, pare essere breve. È il dettaglio più importante emerso, assieme ad un altro: la Sacra corona unita è pronta a fare il salto di qualità. Non è ancora mafia imprenditrice, al pari delle altre, e il suo terreno è tuttora quello classico di droga, estorsioni, usura, oltre ai traffici di armi, sigarette e persone sulle rotte di collegamento mai abbandonate con l’altra sponda dell’Adriatico. Tuttavia, la Scu dissoda il terreno, si fa “amica del territorio”, “accresce il suo consenso”, tenta di infiltrare le amministrazioni, fenomeno al momento circoscritto ad alcuni Comuni. E questo perché si è fatta, in sostanza, stato sociale.

“Per esempio – ha spiegato Bindi – il recupero crediti sembra sia quasi totalmente affidato agli esponenti dei clan. I pentiti hanno riferito che i cittadini si rivolgono a loro per avere, in questo periodo di crisi, ciò che non viene concesso dalle istituzioni. Così chi presta soldi rischia di essere visto non come un usuraio, ma come colui che dà credito”. Ad accendere la spia sono i pochissimi esposti per usura tradizionalmente intesa: sono solo 33 a Lecce e appena 13 a Brindisi i procedimenti avviati nel 2015, come conferma la relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 del presidente della Corte d’Appello, Marcello Dell’Anna.

Al contrario, sono tante le denunce per usura bancaria, fenomeno che non ha simili in Italia. “La presenza degenerata qui del sistema bancario – è stato detto dai parlamentari della Commissione – impone di capire se c’è una tendenza degli istituti di credito a sopravvalutare la capacità di investimento sul territorio o se piuttosto le direzioni territoriali non favoriscano in questo modo la criminalità locale”.

È in questo soccorso sociale che viene reimpiegata una fetta dei proventi illeciti. Ma il resto dove va? “In parte ci è stata data risposta, in parte questa va ancora cercata”, ha detto Bindi, per la quale le inchieste che scrutano questo fondale ancora scarseggiano. Gli indizi, però, non mancano. Innanzitutto, specie a Brindisi, è il settore rifiuti a preoccupare e l’arresto del sindaco Mimmo Consales suggerisce un approfondimento. Poi, c’è la filiera agricola, con l’accaparramento dei terreni e la sofisticazione dei prodotti. Ci sono le sponsorizzazioni sportive, calamita del consenso. C’è, soprattutto, il turismo, perché il Salento va di moda. Al momento, le indagini e i processi raccontano di interressi a penetrare l’economia accessoria, come quella dei parcheggi e dei servizi di guardiania ai lidi e ai locali.  La commissione chiede di guardare in alto, per capire a chi fa gola davvero il divertimento salentino.