La morte di Umberto Eco è qualcosa di più della scomparsa di un grande intellettuale che ha fatto l’Italia bella e illustre nel mondo o di uno scrittore di successo. Il suo ricordo di questi giorni è un cordoglio che riguarda l’uomo – ciò che ha lasciato – ma anche il lutto per un simbolo per certi versi non sostituibile. Quando se ne vanno i grandi la tentazione dell’agiografia didascalica è in agguato (in dosi che eccedono la consuetudine della stampa italiana), spesso si riduce all’inchino dei superlativi. Nel caso di Eco – un’intelligenza tutt’altro che consensuale, già solo per questo controcorrente – la morte è anche la perdita di una speranza. Precisamente la speranza che l’esempio possa lasciare, oltre al solco, anche un’eredità diffusa, la coscienza del sapere che serve a pensare, a capire, a salvarsi la vita (“L’uomo colto è quello che sa dove andare a cercare un’informazione nell’unico momento della vita in cui gli serve”). Poi, certo, anche a scrivere romanzi che, tradotti in 47 lingue, vendono trenta milioni di copie nel mondo. Chissà se oggi Il nome della rosa avrebbe lo stesso, sconvolgente, successo.

Benigni e Eco

Un romanzo sofisticato, sorprendente per l’intreccio, coraggioso nel gioco a rimpiattino con i generi e gli àmbiti epistemologici; una miniera di nozioni, sottotesti, citazioni: a cominciare dal “manoscritto, naturalmente”, passando per Linus (“Era una notte buia e tempestosa”, che si traduce nel primo capitolo in “Era una bella mattina di fine novembre”) fino a quel “Stat rosa pristina nomine” che chiude il libro e gli dà il titolo (destinato, fatalmente, a essere preso a prestito da una catena francese di negozi di fiori). Il bestseller che vinse lo Strega è diventato un classico quasi istantaneamente. E forse la circostanza spiega l’insofferenza dell’autore che al Salone del libro, nel 2011, disse: “Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, i successivi cinque sono naturalmente migliori”. In quell’occasione raccontò che i suoi libri nascevano sempre da “un’idea seminale, poco più di un’immagine”. Allora era l’immagine della morte di un monaco nella biblioteca. “Ho scritto, nelle ‘Postille al Nome della rosa’, che avevo voglia di avvelenare un monaco. Qualcuno ha pensato che avessi davvero intenzione di assassinarne uno. Giuro che non è vero e che non l’ho fatto”. Il fastidio (sacrosanto) che aveva verso la stupidità veniva fuori tutte le volte che gli si domandava un’intervista: “Le interviste sono le scorciatoie dei giornalisti che leggono i libri ma non li capiscono”. E a nulla valeva spiegare che le interviste non hanno sempre i libri per oggetto (che poi, in fondo, un po’ di ragione ce l’aveva).

Furio Colombo ha ricordato che l’amico Umberto era soprattutto un professore che metteva la cultura (enciclopedica e raffinata) al servizio del suo tempo. Uno che se ascoltavi una sua lezione ti faceva venire voglia perfino di studiare: roba da rivoluzionari, dato che studiare è inessenziale al successo e nessuno oggi ha tempo da perdere. Il peggior dispetto l’Italia glielo ha fatto riducendo il Dams a una fabbrica di registi che hanno un “docu” in testa e Scienze della comunicazione a una facoltà per signorine di buona famiglia con velleità semiologiche. “Sono disperato per il fatto che ho ancora una posizione di rilievo all’Università, dirigo due collane editoriali, ho una rubrica su un settimanale”. ha detto qualche anno fa. “Dove sono quelli che dovevano uccidermi almeno vent’anni fa, come abbiamo fatto noi con i nostri padri? Che pena, che vergogna”. Com’è successo? A furia di levare, distrarci, correre ci siamo convinti che si poteva, senza far danni, sostituire il cesaricidio con lo slogan pubblicitario della rottamazione. E anche se non è proprio di Borges, pazienza.

Il Fatto Quotidiano, 21 febbraio 2016