di Antonio Fiorentino, insegnante e architetto, attivista del laboratorio politico perUnaltracittà

La notizia della svendita di parte del patrimonio pubblico della Regione Toscana, annunciata dal presidente Enrico Rossi nei giorni scorsi, non ci ha colti di sorpresa. Ormai conosciamo le pratiche del centro sinistra, Pd in testa: privatizzare, svendere, controllare il sottogoverno sociale, impedire che i cittadini possano esprimersi attraverso le forme istituzionali loro riconosciute, come nel caso del recente annullamento del referendum sulla Sanità regionale.

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Con ostentata indifferenza la Giunta, nella speranza di rimpolpare le casse regionali e di continuare a coprire le proprie incertezze amministrative, vedi, per esempio, il grave ammanco dell’ASL di Massa di 400 milioni, vorrebbe sbarazzarsi di un ingente e prezioso patrimonio storico architettonico del valore di circa 650 milioni. Sono decine e decine di immobili di proprietà della Regione e delle asl. Accanto a un patrimonio minore, che comunque potrebbe essere riutilizzato socialmente con interessanti forme di autorecupero e autocostruzione, troviamo complessi architettonici di indiscutibile valore monumentale e paesaggistico.

La Regione, in perfetto stile managerial-immobiliare, ha anche messo a punto una mappa interattiva del patrimonio pubblico in vendita. Invitiamo a consultarla per rendersi conto della consistenza e della qualità dei beni messi a disposizione del mercato speculativo.

Firenze potrebbe perdere alcuni suoi gioielli tra i quali Villa Fabbricotti con annesso parco sulla collina di Montughi, parte del Parco di San Salvi, l’ex ospedale Meyer, Palazzo Bastogi a due passi da Piazza Duomo, le Poste Nuove di Michelucci, Villa La Quiete, vera e propria Villa Medicea sulle suggestive colline di Careggi, nonché gli ex ospedali di Fiesole e gli ex sanatori sulle colline di Monte Morello.

Pistoia, neo Capitale della cultura 2017, potrebbe rimetterci l’ex Ospedale del Ceppo, vanto della cultura storico architettonica della città. In pericolo è anche l’ex Ospedale psichiatrico delle Ville Sbertoli. Qui si apre un caso interessante, emblematico dei rapporti tra Regione e comunità locali. Il Regolamento urbanistico pistoiese, facendo proprie le conclusioni del percorso partecipativo, ha destinato l’area a funzioni pubbliche escludendo esplicitamente alberghi e residenze speculative.

Cosa pretende Rossi quando afferma che “intendiamo discutere con i Comuni della destinazione d’uso degli immobili”? Imporrà i suoi diktat alle comunità locali? Le amministrazioni comunali e gli abitanti dei luoghi coinvolti saranno in grado di impedire lo scippo del patrimonio collettivo? Questa è una partita che si giocherà nei prossimi mesi e che potrà verificare la tenuta delle autonomie locali.

Un’operazione analoga coinvolgerà Lucca per la quale è prevista la svendita dell’ex Ospedale del Campo di Marte e dell’ex Ospedale psichiatrico di Maggiano, sì, proprio quello delle “Libere donne di Magliano” di Mario Tobino, attuale sede della Fondazione intitolata allo scrittore.

La fallimentare esperienza della costruzione dei quattro nuovi ospedali regionali ha liberato quindi le vecchie sedi che, prontamente, sono state poste in vendita per tentare di ripianare i conti in rosso del project financing ospedaliero. Accade anche a Massa, a Prato, ed anche a Grosseto, a Pisa e ad Arezzo, dove è stato messo in vendita anche l’ex Ospedale psichiatrico, quello in cui Petrella e Basaglia hanno dato vita a interessanti forme di innovazione scientifica e sociale. La svendita degli ex Ospedali psichiatrici toscani è anche segno di una incapacità programmatica assai grave.

L’elenco potrebbe continuare ancora, ci fermiamo per non irritare ulteriormente il lettore. Forse non è ancora chiara la portata dei provvedimenti della Giunta regionale, cui si affiancano anche le alienazioni delle Province e dei Comuni: stanno disarticolando la tenuta del territorio con interventi che da un lato banalizzano e fagocitano la storia collettiva che in questi luoghi si è sedimentata e, dall’altro, ne allontanano le prospettive di riqualificazione urbana.

Ancora una volta questa politica non si smentisce: rinuncia al proprio ruolo di custode dei beni comuni e, cinicamente, dilapida un ricco patrimonio collettivo, testimonianza della paziente e profonda trama di relazioni delle comunità locali. L’alienazione di questi beni è quindi un’operazione di distruzione di questa ricchezza territoriale e di ulteriore diffusione di degrado ambientale e sociale.

Parafrasando le dichiarazioni di Rossi, possiamo affermare che è nostra intenzione quindi “procedere ad una chiamata per verificare se cè interessea difenderelampio patrimonio immobiliare” mal utilizzato di cui disponiamo, ed auspichiamo che ad ogni immobile corrisponda un gruppo, una associazione, un centro sociale, un comitato di cittadini in grado di contrastare questi progetti e di affermare un percorso politico centrato sul bene comune.

Non possiamo non sollecitare l’intervento della Rete Toscana dei Comitati, della Società dei Territorialisti, delle Università, a difesa della integrità del patrimonio regionale.

L’auspicio è che la mappa della speculazione, così come proposta da Rossi & C., possa ben presto diventare la mappa della riappropriazione e della cura dei territori in cui le comunità sono insediate.

Come perUnaltracittà daremo il nostro contributo.