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“Era ai tempi di Giovanni XXIII – racconta Umberto Eco – e un mio anziano amico, nel celebrarne entusiasticamente le virtù, disse (con intento paradossale): ‘Papa Giovanni deve essere ateo. Solo chi non crede in Dio può volere tanto bene ai propri simili!’”. E’ il brano di un epistolario, In cosa crede chi non crede: raccoglie le lettere che Eco e il Cardinale Martini si scambiarono da posizioni filosofiche diverse, ma dialoganti.

Le parole del semiologo tornano in mente oggi, che, con colpevole ritardo, leggo in Giuseppe Neri, Le ragioni di un amore (Editoriale progetto 2000), un altro epistolario: raccontano angosce e bisogno di senso – come l’epistola di Eco – le lettere di Libero, Vita, Emilio, protagonisti del romanzo. Neri ha una capacità rara: dire in poche battute temi e problemi enormi: “Il Dio che cercavamo sembrava ingiusto: io lo ritrovavo in un luogo particolare, creato apposta; tu, tra la confusione di una storia che si svolgeva fuori, nel mondo. Quale il vero? Il tuo? Il mio?” (p. 129).

Non ha importanza, qui, la trama, il lettore la scoprirà leggendo. Individuo un modo di raccontare. Uno stile. Che, da narrativo, si fa filosofico: “Non so se ricerchi Dio per amore o per disperazione”. I protagonisti maschili – Emilio (un sacerdote) e Libero – vengono descritti e messi a nudo con capacità psicologica, qualche pagina sembra la trascrizione di confessioni fatte sul lettino di Sigmund Freud: amano la stessa donna – Vita – e nello stesso tempo Dio: due amori difficili, complessi, a tratti impossibili.

Una costruzione della mente? Vita sembra prendere coscienza, a un certo punto, d’essere stata simbolo di qualcos’altro. Scrive a Emilio: “Cosa ho fatto per meritare una fine di solitudine, di silenzio? Ti ho dato me stessa, ma pago per averti strappato a Dio e restituito al mondo” (p. 197). E’ la chiave del romanzo. Si cercano le ragioni di un amore. Giusto. Ma è davvero Vita la protagonista? Dio è dappertutto nel testo, ma con accenti Kierkegaardiani, dubbi, angosce, conflitti interiori. C’è molto esistenzialismo nelle pagine di Neri, e si sente – dietro la struttura narrativa – che l’autore filtra il racconto attraverso la filosofia. A volte i riferimenti sono espliciti: “Solo il bisogno di Dio salverà quest’uomo”. “Quando smetterà di sentirsi Prometeo o Nietzsche” (p. 77).

Il tema – in molte pagine – è, anche, la provvidenza divina: “Dio muoverà le nostre vite come crederà opportuno” (p. 207); ma ci si arriva per gradi, lentamente – attraverso 36 lettere, flashback, frammenti di dialogo – e domande, problemi, filtrati da una lettura critica di Marx. Il vescovo – al quale Emilio si è rivolto – prova a chiarire i dubbi che lo assillano: “Non si può considerare una dottrina salvifica il marxismo per la sua radice d’ateismo dogmatico. Che vuoi, don Emilio, che mercanteggiamo anche il pensiero di Cristo, lo verniciamo di discorsi estremisti, e lo rendiamo sovversivo?” (p.94). Avrebbe risposto così Papa Bergoglio – il Papa rivoluzionario – alle angosce di un prete?

Testo complesso e accattivante, il romanzo di Giuseppe Neri. Si perde molto a leggerlo soltanto come la storia d’amore del sacerdote Emilio e dell’intellettuale Libero innamorati di Dio e di una donna. C’è di più. Dietro la fabula pulsano idee, problemi, questioni esistenziali, filosofie. “Non sono né eretico né scismatico, Libero, sono un uomo come te che avverte il bisogno d’amare, della vita reale, senza metafisica” (p. 136). Nel romanzo c’è qualcosa di tutti noi, quando – nei momenti più alti – cerchiamo il senso della vita. Senza dimenticare le sconfitte: “Vorrei mettermi a gridare, restituitemi la libertà, il mare, la mia casa… Ma capisco l’assurdità: ognuno di noi vive nella prigione che si è liberamente scelta” (p. 180). Se nelle lettere a Martini, Eco mostra l’umanesimo dei laici, qui Neri racconta le angosce e l’umanesimo dei cattolici. Un romanzo bello e interessante. Utile. Ci aiuta a pensare.

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