Secondo i paletnologi, le prime credenze spirituali dell’Homo sapiens si manifestarono durante il paleolitico superiore, ovvero circa quarantamila anni fa. Alcuni ritrovamenti fanno però pensare che fin dal paleolitico medio anche i nostri più lontani antenati non sapiens avessero già sviluppato comportamenti religiosi. Nelle grotte di Qafzeh in Israele sono stati trovati scheletri umani di 100.000 anni fa, macchiati di ocra rossa e forse appartenenti a ominidi di transizione tra l’Uomo di Neanderthal e quello moderno, o forse, invece, ad Homines sapientes arcaici fuoriusciti dall’Africa 125.000 anni or sono attraverso il Sinai.

Ma anche i Neanderthaliani, che popolarono l’Europa e l’Asia per 170.000 anni, praticavano riti sepolcrali. Incontrato l’Homo Sapiens africano in Yemen e Medio Oriente tra 70.000 e 40.000 anni fa, finirono per estinguersi, ma prima si ibridarono con esso, lasciando in eredità agli europei ed asiatici moderni tra l’uno e il quattro per cento di materiale genetico compatibile. Gli uomini di Neanderthal deponevano il corpo dei defunti in fosse coperte da lastre di pietra per difenderne il cadavere dai saprofagi, insieme ad utensili di pietra e parti di animali (forse cibo per il lungo viaggio); in alcuni casi addirittura fiori. Dopo un po’ di tempo, riesumavano il cadavere dell’antenato per staccarne il cranio, forse per farne un oggetto di culto. Si può supporre dunque che essi credessero all’esistenza di forme di vita dopo la morte. Altri indizi indicherebbero che essi praticassero forme primigenie di totemismo e di adorazione animale, in particolare il culto dell’orso, e riti propiziatori per la caccia.

Al paleolitico superiore risalgono invece i numerosi esempi di sepolture di uomini moderni, corredate di offerte funerarie, e di pitture rupestri antropomorfiche, come quelle trovate a Chauvet (risalenti a 32.000 anni fa) ed a Lascaux (17.000 anni fa); e rappresentazioni di strani esseri metà umani e metà uccello o metà leone, indizio di antiche credenze sciamaniche e magico-scaramantiche. Ma fin da tempi ben più antichi, e per oltre 30.000 anni, si diffuse ovunque il culto delle cosiddette “Veneri paleolitiche”: statuette (a volte bassorilievi) di piccola dimensione (lunghe spesso meno di venti centimetri) in avorio di mammut, o in ceramica, pietra calcarea, ematite od altri materiali, che rappresentano una donna steatopigia, dalla femminilità esacerbata, talvolta incinta. Ne sono state trovate in Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, sui Pirenei, in Svizzera, Russia e fino in Siberia ed Asia. Furono prodotte durante un lunghissimo periodo, che, cominciato con l’industria litica Aurignaziana (40.000 anni fa), fiorisce durante la cultura Gravettiana (29.000 – 21.000 anni fa) e giunge al Magdaleniano e all’inizio della “rivoluzione neolitica” (“appena” 11.000 anni fa).

Non mancano le Veneri italiane, come quelle di Savignano, Parabita e soprattutto Ventimiglia, dove alla fine del diciannovesimo secolo furono rinvenute, nelle grotte dei Balzi Rossi, al confine con la Francia, quindici Veneri in steatite (la più grande serie dell’Europa occidentale), scolpite dai “negroidi di Grimaldi”11 circa 25.000 anni fa.

Sembra si trattasse di un culto comune a tutti i popoli di quel periodo. Le Veneri, prive di funzioni pratiche, sarebbero state icone di fertilità o rappresentazioni della Grande Madre (o Madre Terra), genitrice dell’umanità e propiziatrice della vita e dell’abbondanza. Nelle loro forme esasperate gli studiosi hanno visto il ritratto delle donne Khoikhoi e San (o boscimane) dell’Africa australe, che l’uomo contemporaneo, dimentico della propria antica adorazione, sterminò (con i loro uomini) durante il primo genocidio del ventesimo secolo, quello dei Nama e del popolo bantu degli Herero. O quello della sudafricana Venere Ottentotta Saartjie Baartman, che cento anni prima fu esposta nuda, legata alla catena, negli zoo umani in Inghilterra, e poi rivenduta ad un domatore di animali francese. La piccola Sara (misurava un metro e trentacinque), ridotta alla prostituzione ed alcolizzata, morì di vaiolo il 29 dicembre 1815. Aveva 25 anni.