Ruanda

Nel 1994, in cento giorni, un milione di uomini, donne e bambini (essenzialmente Tutsi) furono uccisi in Ruanda. Per realizzare un tale massacro così velocemente, usando per lo più armi rudimentali come machete o mazze chiodate, fu necessario arruolare la massa dei civili Hutu. Ma erano tutti uomini? E cosa fecero le donne Hutu in quelle circostanze? La risposta è complessa. Alcune furono a loro volta vittime. Non solo dell’avanzata del Fronte Patriottico Ruandese: molti Hutu, in prevalenza donne (come il Primo ministro Agathe Uwylingiyimana) e bambini, furono massacrati dalle milizie Hutu perché considerati “moderati” (e quindi complici dei Tutsi). Ma se ci furono uomini e donne Hutu che persero la vita per essersi opposti al potere genocida, e se il ruolo delle donne nel genocidio appare tutto sommato secondario rispetto a quello degli uomini, non tutte le donne rimasero innocenti.

Dal 1994 ad oggi, il Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda (TPIR) ha concentrato la propria attenzione sui principali organizzatori ed esecutori del genocidio, perseguendo 95 persone e pronunciando 55 condanne. Alcuni sono tuttora ricercati, altri sono già morti, sedici sono stati assolti, per altri le accuse sono state ritirate, e il resto dei casi è stato trasferito alle giurisdizioni nazionali ruandesi.

Una sola donna è stata condannata dal TPIR: Pauline Nyiramasuhuko. Grande amica di Agathe Kanziga (sposa del presidente Habyarimana), Pauline era un membro del clan Akazu, il quale, oltre alla potente Agathe, che dal 1994 vive in Francia, comprendeva anche suo fratello Protais Zigiranyirazo (dapprima condannato a 20 anni per genocidio e poi assolto in appello nel 2009); i suoi cugini Élie Sagatwa e Séraphin Rwabukumba; e Théoneste Bagosora, considerato l’architetto del genocidio, che sconta una condanna a 35 anni. Nel 1994 Pauline è ministra della famiglia e della promozione femminile. Il 7 aprile cominciano i massacri a Kigali, ma non a Butare, città di Pauline, dove il prefetto si rifiuta di procedere. Il governo ad interim la spedisce allora a Butare insieme alle milizie Interahamwe. Il prefetto sarà ucciso con tutta la sua famiglia. Il 25 aprile Pauline manda le milizie, guidate da suo figlio, Shalom Ntahobali, ad attaccare lo stadio, dove si erano riunite migliaia di Tutsi confidando nella protezione della Croce Rossa. Invece, saranno torturati, violentati, uccisi, ed i loro corpi saranno dati alle fiamme. Pauline ordinerà: “prima di uccidere le donne, dovete stuprarle”.

La sua condanna sarà la prigione a vita: la stessa pena di Valérie Bemeriki, giudicata non dal TPIR ad Arusha, bensì in patria dalle giurisdizioni popolari “gacaca”. Originaria di Gisenyi, Valérie era una delle principali animatrici della radio RTLM, dai cui microfoni spronava la popolazione ad uccidere comunicando agli assassini i nomi e gli indirizzi dei “complici del FPR”. E sono altre 2.000, oltre a Valérie Bemeriki, le donne condannate dalla gacaca o dai tribunali ruandesi Ruanda per la loro partecipazione al genocidio (il 6% dei reclusi).

Alcuni studi, a cominciare da “Not So Innocent: When Women Become Killers”, pubblicato nel 1995 da African Rights, testimoniano che “certe donne avevano partecipato al massacro, uccidendo col machete donne, bambini e anche uomini. Alcune di buon grado, altre costrette come si faceva con gli uomini, puntando una pistola o con altre minacce”.

Le donne “erano nella folla che circondava chiese, ospedali ed altri luoghi di rifugio, portando machete, mazze chiodate e lance. Cantavano e spronavano gli assassini all’azione. Entravano nelle chiese, nelle scuole, negli stadi sportivi e negli ospedali per finire i feriti e spogliare morti e moribondi di gioielli, denaro e vestiti”.

Ma non si può nemmeno affermare che tutte le donne Hutu uccidessero: la settantenne contadina analfabeta Zura Karuhimbi per esempio salvò oltre cento persone. Racconta che nel 1959, quando vi furono i primi massacri, aveva già visto sua madre salvare i Tutsi. Oggi, a oltre novant’anni, Zura vive ancora in Ruanda.