Povero Cronenberg, anni di cinema sontuoso passati a ridefinire ed esplorare la carne e la fisicità ed ecco arrivare il Tom Hooper di turno che, davanti alla metamorfosi per eccellenza, confeziona un dramma stucchevole tutto faccette e moine, privo di qualsiasi sguardo registico realmente potente ed interessante. Tralasciando però accostamenti iperbolici e paragoni inopportuni, proviamo ad andare con ordine.

Siamo nella Copenaghen degli anni 20 dove Einer Wegener è il primo uomo a sottoporsi all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale per diventare Lily. La tematica è sicuramente impegnativa, di quelle che avrebbero potuto dar vita ad infinite prospettive diversamente profonde e soprattutto sfaccettate tra loro, ma il punto di vista del regista inglese premio Oscar per “Il discorso del re” è quanto di più banale, scontato e furbo possibile; si colloca infatti in una comfort zone di un’anonimia ed un’impersonalità imbarazzanti scegliendo di non farci mai sprofondare nel cuore di questa storia, ma cercando piuttosto di addolcire l’amara pillola anche a quella fetta di pubblico moralista e reticente sull’argomento.

Hooper, partendo dal presupposto che la sessualità si sviluppi nella testa piuttosto che nel corpo, sembra apparentemente voler indagare il percorso interiore di mutamento che ha segnato la vita di questo individuo e di sua moglie, ma senza che questo diventi mai reale motivo di introspezione psicologica o di approfondimento fisico. Trovo sia un vero peccato perché i primissimi minuti si erano dimostrati interessanti nel contrapporre il rapporto dei due personaggi all’arte (lui paesaggista, lei ritrattista) e questa particolare chiave di lettura avrebbe potuto dar vita a spunti di riflessione sottili ed originali. Tutto sconfina invece nella retorica di troppe precedenti biografie, nelle finte “emozioni” telecomandate e stereotipate, nelle lungaggini eccessive e ridondanti, nell’irritante ripetizione di inquadrature didascaliche (primi piani di profilo col mento che si avvicina spalla), nella recitazione artificiosa, macchiettistica e ridicola del suo protagonista ingabbiato in una maschera di tecnica ma privo della naturalezza, del carisma e del magnetismo imprescindibili per un grande attore.

Eddie Redmayne viene decisamente oscurato dall’interpretazione intensa e sottile di Alicia Vikander che, insieme alla palette dei colori e alla costruzione scenografica, è l’unico aspetto degno di nota in un film scialbo, insipido e pieno di luoghi comuni. Questo grande impianto tecnico purtroppo, sembra servire soltanto come diversivo per allontanarci da tutte le problematiche realmente disturbanti e travagliate e si rimane con la sola sensazione che, per diventare donna, basti versare qualche lacrimuccia, battere le ciglia a favore di camera ed ostentare sorrisetti imbarazzati a labbra sporgenti.

Hooper studia ancora una volta il suo cinema a tavolino soffocandolo di quel respiro vitale che avrebbe potuto invece alimentarlo e se nel passato trovava una formula anche convincente, qui sceglie di non osare mai, di fuggire da tutte quelle situazioni scomode e pungenti che lo avrebbero portato a mettersi davvero in gioco e a cercare soluzioni meno ricattatorie e convenzionali. Si dimostra sempre terribilmente attento a non irritare lo spettatore, ad assecondarlo completamente in ogni suo desiderio di buon gusto e finto sentimentalismo ed io trovo che, non me ne vogliate, di questo inutile cinema da cartolina si possa fare decisamente a meno. Un’incorporea, asessuata ed effimera confezione formato famiglia.