Rimbalzo delle borse europee dopo i crolli di inizio settimana. E a godere maggiormente del trend positivo sono state le piazze che avevano perso più terreno nei giorni scorsi. A partire da Piazza Affari, che ha archiviato la seduta in rialzo del 5,03% con i bancari in gran spolvero, a partire da Intesa Sanpaolo (+14,45%) e Unicredit (+11,9%). Seguono Madrid, che ha guadagnato il 2,73%, Parigi a +1,59% e Francoforte a +1,55 per cento. Nuovo raffreddamento anche sula febbre dei titoli di Stato italiani e spagnoli, mentre quelli greci restano a livello di guardia: il differenziale di rendimento tra Btp e Bund tedesco è sceso a 139,5 punti dai 145 di martedì e quello tra Bund e Bonos è calato a 147,5, ma per Atene lo spread si attesta a 1.042 punti.

A rafforzare il mood positivo, ha sicuramente contributo l’intervento pomeridiano del presidente della banca centrale Usa Janet Yellen che, in audizione davanti alla commissione Servizi finanziari della Camera dei rappresentanti, ha rassicurato gli investitori spiegando che la Federal reserve, dopo il primo aumento dei tassi di interesse dal 2006 deciso a dicembre, manterrà ora “un atteggiamento accomodante”, cioè non procederà ad altri aumenti a breve, alla luce di condizioni economiche in chiaroscuro. Se il mercato del lavoro Usa è infatti in miglioramento, cosa che dovrebbe “sostenere la crescita dei redditi reali e di conseguenza la spesa dei consumatori”, le “condizioni finanziarie offrono minore sostegno alla crescita” e “lo scenario resta incerto”, con rischi al ribasso “legati in particolare alla situazione economica internazionale”. Il numero uno della Federal reserve ha osservato poi che, “anche se gli indicatori economici recenti non indicano un forte rallentamento della crescita cinese, il calo del valore del renminbi ha aumentato l’incertezza sulla politica dei tassi di cambio della Cina e sulle prospettive della sua economia”.

Altro elemento di “preoccupazione” è l’andamento dei prezzi del petrolio e delle materie prime che “potrebbe aumentare la pressione” sui Paesi esportatori, in particolare sulle economie emergenti più vulnerabili. Se i rischi globali “dovessero materializzarsi, l’attività estera e la domanda per le esportazioni dagli Stati Uniti si potrebbe indebolire e potrebbe verificarsi una ulteriore stretta dei mercati finanziari”. Inoltre finora il settore finanziario degli Stati Uniti si è dimostrato “resistente” agli stress del petrolio e all’indebolimento dei mercati del debito societario globali grazie a una esposizione “limitata” ai grandi istituti di credito, ma “se le condizioni peggiorassero potrebbero emergere sollecitazioni più ampie”, ha ammesso l’economista che guida la Fed.

Nonostante la momentanea tregua delle vendite sui titoli bancari, secondo il direttore del Center for european policy studies Daniel Gros “oggi il sistema bancario globale è in difficoltà perché sembra affermarsi la prospettiva di tassi nominali negativi” sulla scia del Giappone. Nel caso dell’Europa “il quantitative easing della Bce non sta bastando e si va verso tassi negativi, ma questo ci farebbe entrare in una spirale peggiore”. In questo quadro, è il suggerimento dell’economista tedesco, “Banca d’Italia dovrebbe procedere con degli stress test per le banche medie e piccole”.