In principio fu il capello. Il rapporto dei media con Donald Trump non è mai stato idilliaco e i dubbi sollevati l’anno passato dal New York Times sull’autenticità della chioma di “The Donald”, fecero capire che la prossima campagna presidenziale non sarebbe stata convenzionale e né all’insegna del politically correct. Il trattamento che oggi i media riservano al miliardario americano trascende la normale critica dell’avversario e sconfina nella più virulenta demonizzazione, tanto da scomodare paragoni di Trump con Mussolini, Hitler, Peron e non è escluso che il mainstream americano lo identifichi prossimamente con l’Anticristo.

donald-trump_6751

Aldilà delle provocazioni del magnate newyorchese che ha tacciato come stupratori gli immigrati messicani entrati negli Usa spesso illegalmente attraverso il confine con la California – in un processo che ricorda molto le ondate migratorie dai paesi dell’Est Europa verso l’Europa Occidentale, necessarie per favorire quella svalutazione salariale tanto agognata dal mercantilismo mitteleuropeo – a sorprendere è l’isteria del mainstream mediatico americano che lotta contro tutte le sue forze per scongiurare l’ascesa di Trump a candidato del partito repubblicano.

La demonizzazione non porta buoni risultati, basti vedere a riprova del fatto la campagna antiberlusconiana condotta forsennatamente dal blocco di centro-sinistra negli anni passati, che ha fatto della delegittimazione dell’avversario la sua impronta principale, smentita puntualmente dall’elettorato che andava nella direzione opposta. La storia è finita con la produzione di Renzi, quello che viene considerato da molti un clone di Berlusconi indispensabile per guadagnarsi la fiducia dell’elettorato moderato.

La stessa dinamica con toni forse ancora più accesi sembra ripetersi negli Stati Uniti, dove adesso i media intraprendono la stessa campagna di delegittimazione di Trump, considerato pericoloso e inaffidabile dagli ambienti vicini alle lobby industriali e bancarie che invece finanziano la campagna elettorale di Hillary Clinton. Un’opposizione che non proviene solo dalla sinistra di Trump, ma anche dalla parte neocon che è stata la più fiera sostenitrice della campagna militare Usa in Iraq e Afghanistan, mentre Trump ha espresso critiche su quelle guerre e sugli interventi militari americani dal Medio Oriente all’Ucraina che aumentano enormemente lo sforzo bellico di Washington.

Dalla caduta del muro di Berlino ad oggi, l’America ha approfittato di uno spazio vuoto di politica estera lasciato dalla caduta dell’Urss che le ha permesso di estendere enormemente la sua area di influenza anche nei territori dell’Europa dell’Est, un tempo sotto l’egida sovietica. Alla fine degli anni’90 prese vita la dottrina dei neoconservatori americani, Paul Wolfowitz e Dick Cheney i nomi più noti, che teorizzava l’espansione dell’influenza americana attraverso l’aumento della spesa militare e l’affermazione della leadership globale americana in ogni angolo del pianeta.

L’editorialista del Washington Post Charles Krauthammer scrisse che si trattava di un’occasione irripetibile per gli Stati Uniti che andava sfruttata attraverso la creazione di un’unica entità sovranazionale che accogliesse Usa, Europa e Giappone. La visione di Donald Trump è antitetica a quella dei neocon americani, dal momento che si fa portavoce di una campagna isolazionista a livello di politica estera che prevede il ritiro delle truppe americane nei teatri di guerra del Medio Oriente e una normalizzazione dei rapporti con la Russia di Putin, considerato invece un acerrimo nemico da combattere dagli altri candidati repubblicani come Jeb Bush e Marco Rubio, che promettono di continuare con la politica interventista attuale.

Una dottrina che non si è arrestata nemmeno durante la presidenza di Obama, che nel 2008 prometteva di porre fine alla presenza americana in Medio Oriente, mentre oggi si ritrova impegolato in un ginepraio che ha visto la nascita dello Stato Islamico, e un deterioramento dei rapporti con la Russia che ricorda molto i peggiori anni della Guerra Fredda.

Trump in qualche modo rompe la continuità tra repubblicani e democratici degli anni passati, e sembra essere l’outsider non gradito da quelle due parti che si rifiutano di accreditarlo come avversario legittimo e lo considerano come un volgare plutocrate nei panni di un aspirante dittatore. Non sono in discussione le eccentricità del personaggio Trump o le sue dichiarazioni spesso oltre i limiti del buon gusto, ma l’incapacità dell’establishment politico e finanziario di accettare un candidato che osi deviare dagli schemi comuni della politica militare espansionista di Washington che ha contribuito ad accentuare enormemente l’instabilità in Medio Oriente e che porta con sé gravi responsabilità nella proliferazione del terrorismo islamico.

Trump ha tutte quelle caratteristiche che piacciono molto all’americano medio, deluso in questi anni dalle promesse dei politici convenzionali che hanno spostato il peso del budget statale sulla spesa militare, mentre l’ineguaglianza sociale si accresce sempre di più e la finanza speculativa aumenta la sua voglia irrefrenabile di accumulare denaro. Le sortite contro gli immigrati, il rifiuto del politically correct e la capacità di autofinanziamento lo rendono più libero di dettare i tempi e i temi della sua campagna elettorale rispetto ai suoi avversari, che debbono ricorrere a campagne di fund-raising tra le lobby storiche di Washington.

Probabilmente è questa la ragione della sua continua crescita nei sondaggi, in quanto candidato outsider che piace molto all’anima più tradizionalista e nazionalista americana, anche per il suo continuo richiamo ai valori dei padri fondatori della Costituzione americana. Quella stessa anima che non vuole sentir parlare di limitazione al possesso delle armi, considerato come un diritto fondamentale di ogni cittadino americano. Trump tocca le corde sensibili di quella parte di elettorato e sfrutta molto furbescamente questo rapporto anche per rispondere alla campagna di delegittimazione dei media. Tutto questo promette di rendere la campagna per le presidenziali americane del 2016 tra le più accese e interessanti degli ultimi anni.