A naso, il fatto che qualche mano pietosa avesse provveduto a coprirne le pudenda, ad Hassan Rohani non ha fatto né caldo né freddo. Così come, molto probabilmente, sarebbe rimasto ugualmente indifferente se fossero state nude. Ma come si fa a resistere: troppo ghiotta l’occasione di montare una polemica infinita sulle statue dei Musei Capitolini censurate con l’intento di non creare imbarazzo al presidente iraniano in visita in Italia. Se la polemica è sacrosanta in linea di principio – che sciocchezza nascondere le nudità di un’opera d’arte – è importante distinguere tra l’inopportunità politica della decisione e la “sottomissione” culturale paventata nei loro commenti da alcuni insigni analisti. Perché gli effetti del can can mediatico sprigionatosi possono rivelarsi estremamente dannosi.

Statue coperte per visita Rouhani a Roma

Il fuoco di fila scatenato da politici e analisti contro gli scatoloni usati per censurare le nudità di capolavori come la Venere Esquilina risponde a una visione di una miopia esasperante. Perché al di là delle facili posizioni grondanti populismo che riempiono i commenti dei giornali, la questione è un’altra: le opinioni all’insegna dei roboanti “è un errore rinunciare alla nostra identità” verranno cavalcate dai professionisti dell’allarmismo, che – Salvini in testa – ogni giorno inondano i social con contenuti che inneggiano allo scontro di civiltà, alla contrapposizione tra “noi” occidentali e “loro” mediorientali, tra “noi” depositari delle verità della religione cattolica e loro “musulmani”. Esattamente l’ultima cosa di cui non solo l’Italia ma l’Europa alle prese con il fondamentalismo islamico ha bisogno in questo momento.
Un fatto, poi, avrebbe dovuto far suonare un campanello d’allarme nelle menti degli uomini di buona volontà che dettano i temi del dibattito nel Paese: la polemica è stata innescata da campioni della tolleranza culturale del calibro di Maurizio Gasparri, Daniela Santanchè e Daniele Capezzone seguiti dal codazzo delle seconde linee ex Forza Italia, Alleanza Nazionale e Pdl che nel 2008 guardavano con gli occhi a cuoricino Silvio Berlusconi concionare sui successi del suo governo davanti alla Verità svelata di Giambattista Tiepolo cui era stato coperto uno scandaloso capezzolo da una pietosa e moralissima pennellata. Ora, fossi stato uno dei maître à penser che animano il dibatto culturale, per il solo fatto che sono stati questi paladini della libertà di pensiero ad aver dato fuoco alle polveri, ci avrei pensato un attimo prima di inforcare la tastiera e riversare in social network e articolesse tutta la mia indignazione per l’identità culturale auto-mutilata.
Perché un conto è il preside che decide di annullare la festa di Natale nella scuola di Rozzano in nome di una fantomatica uguaglianza tra i bambini e altra faccenda è alimentare la polemica su alcune statue coperte a causa da un eccesso di zelo del cerimoniale, ma di cui nessuno si sarebbe accorto se a qualcuno non fosse venuto in mente di usarle come strumento per cavalcare ancora una volta la differenza tra “noi” e loro”. Perché le due questioni sono diverse? Perché nei casi come quello di Rozzano è in gioco la vita quotidiana dei nostri figli, cui andrebbe insegnato ad aggiungere e non a togliere, che bisogna festeggiare tutte le feste, dal Natale a quelle delle altre religioni, perché è solo così che si impara a stare insieme agli altri. Un ragionamento non applicabile alla visita di un capo di Stato che non resterà vita natural durante a soggiornare nei Musei Capitolini e che era venuto in Italia per parlare di temi di ben altra importanza.
Così accade il paradosso: una classe politica incapace di discutere con serenità di temi fondamentali come quello della libertà di amare a prescindere dal sesso dell’amato e del conseguente diritto di vedere riconosciuto questo legame dalla società, si sbraccia per la lesa maestà all’identità culturale nazionale causata dalla copertura inflitta ad alcune statue di nudo. E solo per questo si finisce sulle pagine dei maggiori quotidiani internazionali, che ospitano le gesta dei nostri governanti in genere soltanto per facezie di tal fatta o al massimo per le bacchettate inflitte la presidente della Commissione Ue ad un premier che fa finta di mostrare i muscoli e sbatte i piedi in Europa.
Anche perché, se fosse vero quello che scriveva il Corriere in prima pagina ieri mattina, l’intera faccenda assumerebbe tutta un’altra dimensione. Secondo il quotidiano di via Solferino Matteo Renzi “ha provveduto a esternare il suo disappunto a chi di dovere”, ovvero a quella Ilva Sapora, capo del cerimoniale di Palazzo Chigi, “entrata nel mirino” del premier dopo gli articoli del Fatto Quotidiano sui Rolex contesi tra i membri della delegazione italiana in visita in Arabia Saudita. A pensar male si fa peccato, ma chissà che la faccenda non venga utilizzata per trovare un capro cui far espiare la colpa della figuraccia e che come al solito – copione già visto per l’affare del funerale in carrozza di Vittorio Casamonica e per la bestemmia via sms andata in onda su Rai Uno la notte di Capodanno – a pagare sarà solo una delle ultime ruote del carro.