“Intensificare la sorveglianza negli Stati membri dell’Ue verso i casi d’infezione da virus Zika importata dai Paesi dell’America Latina e del Pacifico del sud, dove è probabile che la diffusione dell’epidemia continui”. Sono le conclusioni di un report dell’European centre for disease prevention and control (Ecdc), pubblicato a dicembre 2015. Il documento degli esperti europei di sanità pubblica mette in guardia sulla potenziale associazione dell’infezione virale con i casi di microcefalia – una malformazione fetale caratterizzata da ridotto sviluppo cerebrale a causa delle dimensioni più piccole della testa – “il cui numero – si legge nel report – è significativamente aumentato negli stati del nord est del Brasile”.

Secondo il ministero della Salute brasiliano, infatti, da ottobre sono 3530 i bambini nati con microcefalia. Numeri che hanno, ad esempio, indotto il piccolo stato di El Salvador, in America centrale, secondo quanto riporta l’agenzia Reuters, a invitare le donne in età fertile a evitare le gravidanze fino al 2018.

“La correlazione dello Zika virus con la microcefalia è reale, ed è il motivo dell’attenzione dedicata a quest’epidemia”, spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive (Inmi) Lazzaro Spallanzani di Roma, dove la primavera scorsa sono stati trattati tre dei quattro casi registrati in Italia. “Nessuno di questi è un caso autoctono, cioè contratto in Italia. Inoltre – precisa Ippolito – nel nostro Paese non abbiamo riscontrato casi di microcefalia”.

Il virus Zika è noto sin dalla fine degli anni ’40. È stato identificato per la prima volta nel 1947, in Uganda, in alcune scimmie della foresta Zika, da cui prende il nome. Inserito a dicembre dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in una ristretta lista delle patologie responsabili delle principali epidemie nel mondo, “contro le quali occorre intensificare la ricerca per lo sviluppo di terapie”, il virus Zika appartiene al genere “Flavivirus” e si trasmette grazie alle punture di zanzare infette del genere “Aedes”, in modo particolare “Aedes aegypti”, nelle zone tropicali. Gli stessi vettori attraverso cui si diffondono la Dengue, la febbre gialla e la Chikungunya. Tutte patologie veicolate da vettori esterni, come gli insetti, contro cui l’Oms aveva lanciato un allarme in occasione della Giornata mondiale della salute del 2014, ritenendole responsabili di circa un milione di morti ogni anno.

I primi casi d’infezione da virus Zika nell’uomo risalgono alla fine degli anni 60. Per decenni del virus si è avuta notizia solo in Africa, in Asia e, successivamente, nelle isole del Pacifico (Micronesia e Polinesia francese). Dal 2014, però, ha iniziato a diffondersi anche in America Latina, prima in Cile, poi in Brasile. E, a partire dall’ottobre 2015, in diversi Paesi del centro e sud America, nei quali, complice l’elevata densità della popolazione, il clima che facilita la proliferazione degli insetti vettori, e la mancanza di difese immunitarie adeguate, si sta diffondendo rapidamente (l’Oms ha raccolto in un sito web dedicato tutte le informazioni sull’epidemia del virus nelle Americhe). Inoltre, come riporta uno studio dell’Us National institutes of allergy and infectious diseases, il virus potrebbe trasmettersi anche senza la mediazione di insetti vettori, ma direttamente per via sessuale.

Come fronteggiare quest’epidemia? Gli scienziati sono partiti dallo studio del patrimonio genetico virale, il cui sequenziamento ha dimostrato, come riportato in un recente studio condotto da ricercatori dell’Istituto Pasteur della Guyana francese e pubblicato su The Lancet, la stretta parentela con altre infezioni come la Dengue e Chikungunya. Al momento, però, non esiste ancora un vaccino contro il virus Zika. “È proprio di qualche giorno fa la notizia di un potenziale candidato vaccinale – sottolinea Giuseppe Ippolito – ma siamo ancora in una fase molto precoce. Del resto, per la Dengue si è, ad esempio, arrivati a un primo caso di vaccino dopo venti anni di ricerca, e molti fallimenti. Si tratta – conclude lo studioso – di un processo piuttosto lungo, che richiederà ancora tanti anni di studi”.