Tra i boss di Cosa nostra che ordinarono le stragi di Capaci e via d’Amelio c’era anche Matteo Messina Denaro. La primula rossa di Castelvetrano, che all’epoca non era nemmeno trentenne, è l’ultimo degli indagati per gli eccidi che costarono la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: per lui il gip di Caltanissetta ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare.

Dal 2008 la procura nissena sta cercando di ricostruire la dinamica delle due stragi, dopo il pentimento di Gaspare Spatuzza. Le dichiarazioni dell’ex killer di Brancaccio hanno portato a processare i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino, mentre adesso c’è un intero rivolo trapanese che si apre sullo sfondo degli attentati più misteriosi della recente storia italiana. I pm nisseni hanno passato in rassegna una serie di collaboratori di giustizia, da Vincenzo Sinacori a Francesco Geraci, che hanno raccontato di come Messina Denaro fosse presente al summit mafioso organizzato nel settembre del 1991 per decidere di assassinare Giovanni Falcone.

All’epoca l’inafferrabile boss di Castelvetrano era già il reggente di Cosa nostra a Trapani, al posto del padre, don Ciccio Messina Denaro, uno degli alleati storici dei corleonesi di Totò Riina. Alleato dei corleonesi era anche Vincenzo Milazzo, giovane e rampante boss di Alcamo, gestore della raffineria di droga di contrada Virgini, negli anni ’80 considerata la più grande d’Europa. Secondo il suo autista, Armando Palmeri, c’era anche Milazzo ad uno dei summit convocati per decidere l’assassinio di Falcone. “C’era gente dei servizi, sono dei pazzi, vogliono fare cose da pazzi”, è quello che avrebbe detto il padrino di Alcamo a Palmeri, poi diventato un collaboratore di giustizia. Ed è su queste dichiarazioni che stanno indagando da mesi i pm di Caltanissetta. Il 14 luglio del 1992, cinque giorni prima della strage di via d’Amelio, Milazzo venne convocato dal suo migliore amico, il boss di Altofonte Antonino Gioe (il cui suicidio nel carcere di Rebibbia è ancora tutto da chiarire) in un casolare nelle campagne tra Calatafimi e Castellammare del Golfo. È li che venne assassinato a colpi di pistola, mentre 48 ore dopo i boss convocarono la sua fidanzata Antonella Bonomo, un’insegnante ventenne incinta di tre mesi, promettendo notizie di Milazzo. All’incontro, la giovane trovò Gioè, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, e lo stesso Messina Denaro. Fu proprio Matteo a strangolarla, secondo i racconti di un altro pentito, Gioacchino La Barbera che ha messo a verbale anche il motivo di quella duplice e ferocissima eliminazione: Milazzo era contrario alle stragi. E i boss non si fidavano più di lui, mentre la sua fidanzata doveva essere messa a tacere per evitare che svelasse confessioni ricevute da Milazzo: la Bonomo, tra l’altro, aveva un parente nei servizi segreti. Che sullo sfondo delle stragi di Capaci e via d’Amelio tornano ciclicamente. Lo stesso Messina Denaro guidava il commando che nel febbraio del 1992 doveva assassinare Falcone a Roma, a colpi di kalshnikov, senza bisogno di ricorrere ad alcuna azione clamorosa. Poi però arrivò l’inaspettato contrordine: il magistrato doveva essere assassinato in Sicilia, e in maniera eclatante. Un passaggio che per Spatuzza è fondamentale: “La genesi di tutto – ha detto il pentito – è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”.