the visitorEmersa sulla scena di Los Angeles ma al momento ancora in rampa di lancio, Kadhja Bonet è una cantautrice proiettata verso un pronosticabile successo. Multistrumentista indipendente, Kadhja (si pronuncia Cod-Ya) ha debuttato con un Ep registrato nel suo appartamento di Los Angeles, intitolato The Visitor, composto da cinque brani che sono un mix di cosmic jazz e soul. La qualità artistica pare eccellente, le sue corde vocali esplodono tra frammenti di musica che si mescolano a pezzi di parole. Il brano di punta del disco è Honeycomb: le atmosfere vintage sono ideali per fare da colonna sonora a un film à la Quentin Tarantino, anche se adora i film di Wes Anderson e Mike Nichols.

Se le chiedi di parlarti di sé, come prima cosa risponde che è nata nel 1784: ovvio che non sia così, perché è una giovane donna di colore e di bell’aspetto, ma ad ascoltare la sua voce, che sembra provenire da un indecifrato passato, quasi si è tentati di crederle.

Kadhja con la sua voce stupisce, emoziona, avvinghia l’ascoltatore. Non intende neppure lanciare messaggi con le sue canzoni, “sarebbe troppo noioso, ma spero di ispirare chi mi ascolta e di coccolarlo il tempo di una canzone”. “Ogni canzone è ispirata da diverse situazioni, che sono tutti personali. Mi ci è voluto molto tempo per ottenere il coraggio di mettere insieme le mie canzoni e creare questo album – afferma la cantante –. Musicalmente il risultato è stato sorprendentemente vicino a come l’avevo immaginavo, ma ci sono ancora molti aspetti tecnici che spero possa migliorare”.

Riguardo al genere a cui si dedica, dice: “Penso che sarebbe un errore per me definire la mia musica, è un po’ come se limitassi la mia evoluzione. Nessun artista dovrebbe fare questo”. Anche la copertina del disco è opera sua: “Ho disegnato personalmente questa immagine, cercando di rendere l’idea che c’è dietro il titolo. La volontà dominante è quella di voler liberare se stessi dai propri limiti, un invito a uscire dal proprio mondo cercando di diventare la migliore versione di se stessi e guardare se stessi con orgoglio, invece che con vergogna. L’immagine dovrebbe esprimere questa liberazione”.