Nessuno s’è accorto che Viale Mazzini ha allestito una struttura editoriale per celebrare l’Expo 2015 di Milano con un nome di scarsa fantasia, RaiExpo, sigla da leggere d’un fiato. Nessuno s’è accorto che Viale Mazzini ha speso 11,8 milioni (in due rate) versati dalla società Expo, cioè lo Stato con le risorse pubbliche per la fiera del cibo, e almeno un paio li dovrà aggiungere la stessa Rai, cioè lo Stato con il denaro degli abbonati. Ma l’ultima disattenzione è ancora più macroscopica: nessuno s’è accorto che la redazione di RaiExpo di Roma non ha serrato le tapparelle. È aperta. Non fa nulla. O meglio: costa. E l’Expo è finita tre mesi fa. Forse, se va bene, soltanto a febbraio RaiExpo sarà dismessa. Quando gli ultimi lavoratori di Roma – una decina, gli altri hanno lasciato a Capodanno – confluiranno in Rai Digital guidata da Gian Paolo Tagliavia. Così ha deciso Antonio Campo Dall’Orto per rimediare a disastro consumato. Anche l’amministratore delegato, indicato dal governo renziano, non è orgoglioso di questa sconveniente eredità di RaiExpo.

I padiglioni Expo di Milano li hanno inaugurati l’anno scorso, il primo maggio, e li hanno smontati il 31 ottobre di notte, ma RaiExpo ha preferito un calendario più lasco. L’ex direttore generale Luigi Gubitosi l’ha plasmata nel dicembre del 2013 – un anno e mezzo di anticipo – con l’assegno iniziale di 5 milioni staccato dal commissario Beppe Sala.

Gubitosi aveva previsto un meticoloso rodaggio per una squadra di 58 dipendenti esterni e interni, dirigenti, giornalisti, montatori, registi, autori. E aveva nominato un capo, perché un capo non manca mai: Caterina Stagno, figlia del leggendario Tito.

Che non fosse un progetto assemblato con precisione, s’era capito subito. Quando la Rai aveva comunicato la sede principale di RaiExpo: non Milano, ma Roma. L’azienda aveva preso in affitto un appartamento su due piani, poi ristrutturato, in via Ildebrando Goiran, vicino ai palazzi enormi e fatiscenti di via Teulada. Affitto di un anno, due, tre? No, fino al 2017. Quando l’Expo sarà ormai dimenticata persino da Sala.

In due anni e rotti di attività per sei mesi di Expo, la quasi omonima RaiExpo ha prodotto decine di pillole (una maniera carina per non dire “video brevi”) per riempire le giornate, un pretenzioso documentario sull’agroalimentare tradotto anche in cinese (più di 500.000 euro), un programma di cuochi e una futile guerriglia con i direttori di rete che hanno respinto o nascosto i contenuti di Stagno e colleghi. Gubitosi ha investito su RaiExpo le residue speranze di restare in Viale Mazzini. E ormai pure Gubitosi ha completato il trasloco in Rai. Nel frattempo, oltre a diventare un eroe risorgimentale per Matteo Renzi, Sala è anche il candidato a sindaco di Milano.

RaiExpo ha un peccato originale. Alla metà del 2013, durante le turbolenze politiche per la condanna di Silvio Berlusconi e con il governo di Enrico Letta molto precario, il commissario Sala pretese da Viale Mazzini un po’ di pubblicità per un evento che in Italia era famoso per i ritardi dei cantieri e per le mazzette dei soliti.

In teoria, la Rai poteva guadagnare un po’ di milioni e un po’ di prestigio. In pratica, la Rai ha scelto di perdere tutto.

La strategia di Viale Mazzini adottata per l’Esposizione di Milano rientra perfettamente nella tradizione di follie che la sfiancano da decenni. Qui le domande eccedono. Perché la Rai ha creato una squadra di 58 persone? Perché ha fissato l’epicentro a Roma e non a Milano? Perché ha avviato la macchina nel dicembre 2013? Perché s’è impegnata con una locazione di 4 anni? Perché non ha interessato i telespettatori? Sarà l’abitudine. Chissà.

Per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia, la direzione di Gianni Minoli ha esordito con il 149esimo compleanno e ha finito con il 152esimo. È una fortuna che non ci sia un’altra Expo tra un paio di decenni. Altrimenti RaiExpo sarebbe immortale.

Da Il Fatto Quotidiano del 15/01/2016