Come Enzo Tortora o Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Si paragona a loro, Alberto Stasi, che dice di sentirsi come un prigioniero dopo la condanna in via definitiva a 16 anni per aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi il 13 agosto 2007 a Garlasco. Lo sfogo è scritto nero su bianco in una lettera inviata dal carcere di Bollate a QN: “Mi sembra che in casi come il mio si voglia a tutti i costi consegnare un colpevole all’opinione pubblica, senza però preoccuparsi se colui che viene indicato come tale sia effettivamente il colpevole e non una vittima di errate decisioni e aspettative. Non dimenticherò mai le parole di un ex magistrato, che alla domanda su cosa pensasse dei processi mediatici rispose: ‘il peggio possibile'”.

“La mia speranza, ancora oggi, è – continua Stasi – che tutti si possano rendere conto della condizione in cui vengono a trovarsi persone che come me, a causa di questa malsana tendenza a condizionare i processi celebrandoli, prima e male in tv”. Stasi ricorda come “la tematica è stata affrontata anche nella requisitoria del procuratore generale in Cassazione, il quale ha evidenziato come la mia vicenda processuale sia stata oggetto di ‘una perniciosa forma di spettacolarizzazione'”, e ha atteso “con l’intima (vana speranza) di un epilogo secondo giustizia”. Contro Stasi i magistrati di Milano e i legali della famiglia Poggi hanno raccolto numerosi indizi che hanno provato la sua colpevolezza, su cui la Cassazione ha messo il sigillo dopo una vicenda giudiziaria lunga e complessa.

“Ho preso atto della decisione e, nel pieno rispetto della stessa, ho deciso di costituirmi immediatamente, senza nemmeno attendere l’ordine di carcerazione” per non “prestare il fianco a ulteriori speculazioni”, “del resto, in situazioni come queste, le persone vengono esibite come trofei alzati al cielo dopo una vittoria. È sempre stato così e sempre sarà, da Sacco e Vanzetti a Tortora”, i due anarchici italiani giustiziati da innocenti nel 1927 negli Stati Uniti, per un duplice omicidio avvenuto durante una rapina, e il giornalista accusato ingiustamente dai pentiti di essere legato alla camorra.

Stasi spiega che sta “cercando di inserirsi nella realtà carceraria. Il lavoro svolto da educatori, volontari e direzione penitenziaria è encomiabile. La vita di un detenuto non è solo una condizione fisica, ma è anche (e soprattutto) mentale: il corpo può essere ristretto, la mente no. Non mi sento un detenuto. Mi sento un prigioniero“.