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No, non doveva succedere. La storia di Simone Renda, un bancario leccese, di 34 anni, morto in Messico, in circostanze a dir poco allucinanti, mi trafigge il cuore. Sua madre, Cecilia Greco Renda, da quel 3 marzo 2007 non ha smesso di combattere come una tigres per quel suo unico figlio lasciato morire in carcere e poi buttato come uno straccio vecchio in un angolo di garage. Lì, tumefatto dalle percosse, lo zio ha ritrovato il corpo dopo giorni di attesa.

Sono alla presentazione del libro toccante di Myrta Merlino, volto televisivo del La 7, che si chiama per l’appunto “Madri” ( Rizzoli), un affresco di storie di vita, un caledoscopio di emozioni, perché come dice l’autrice: “Essere madri è il più impegnativo lavoro del mondo, ma anche il più bello”.
Zitti tutti, adesso parla Cecilia, un filo di voce.  Il bancario, in vacanza a Playa del Carmen, sta per rientrare in Italia e dovrebbe lasciare la camera d’albergo entro mezzogiorno. Visto che a quell’ora non si presenta alla “reception”, il personale apre la porta della stanza e lo trova a letto perché sofferente di pressione alta. Un paio d’ore dopo Simone viene prelevato dalla polizia (perché mai?, si chiede ancora la madre). Ipotesi più che mia plausibile, i poliziotti messicani, tra i più corrotti del mondo, cercano di fargli prelevare soldi con il Bancomat. Il bancomat non funziona. Allora viene incarcerato. Un medico gli diagnostica “pressione alta”, suggerendo la scarcerazione, ma un giudice locale dispone invece di tenerlo in cella d’isolamento (perché?). Simone muore dopo due giorni circa, cinque ore in più delle 36 previste dalla legge, in genere per motivi ben più gravi di quelli finora emersi.

La madre, disperata, perché davanti a un dolore così muto non c’è consolazione, attraverso accorati appelli alle nostre istituzioni, ministro degli Esteri in primis (sempre sordi), e alle istituzioni messicane (si va di male in peggio), sollecita ancora verità e giustizia. Per questo episodio sconcertante nove sono gli indagati, tra questi c’è anche il giudice “qualificatore”, tutti accusati di omicidio colposo, di abuso d’autorità e gravi negligenze nell’espletamento delle funzioni, in primis Pedro Mai Balam, alto funzionario di polizia messicana. È lui il principale indiziato.

La madre mi consegna questo appello: “Mio figlio Simone di soli 34 anni è morto in “un contesto incivile di isolamento e solitudine, vittima di vergognosi soprusi e violenze. E i suoi “assassini”, tutti pubblici funzionari, sono ancora liberi…”.
Ma io vado oltre: vorrei guardare negli occhi quel giudice che non ha firmato la domanda di scarcerazione solo perché non aveva carta e penna sottomano. Troppo un incomodo andarla a cercare nella stanza accanto.
Vorrei guardare negli occhi la guardia carceraria che ha negato un bicchiere d’acqua a Simone, alla fine il ragazzo è morto disidratato, fuori una temperatura di 40 gradi. Chiedere loro come fanno a ritornare a casa dalle loro famiglie e guardare negli occhi i propri figli.
Anche Simone poteva essergli figlio.

Paolo Mieli, Stella Pende e Marialuisa Agnese, in veste di brillanti relatori, rimangono ammutoliti. Adesso Simone è figlio di tutte noi madri. E non lo lasceremo morire una seconda, una terza, una centesima volta, d’indifferenza.

Com’è facile morire in Paradiso, conclude Myrta. Io invece agli assassini vorrei sputargli in faccia.
Il mio disprezzo e di chiunque legga questa storia dovrà accompagnarli per tutta la vita.
Fin quando giustizia non sarà fatta, boicottiamo il Messico. Spiagge bianche e mare turchese le trovate altrove. Andate in vacanza ovunque, ma, vi prego, non in Messico.

Twitter @januariapiromal

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