La Leopolda di qua, la minoranza Pd di là, altre correnti e anime sparse del partito radunate ciascuno per proprio conto non si sa bene a fare cosa, a parte la creazione dell’evento, l’annuncio, per conquistare spazi televisivi e sui giornali.

Parliamoci chiaro, non ci fossero penne asservite e cantori di regime a celebrare oltre ogni misura i fasti del governo e le intraprese del premier, per Matteo Renzi sarebbero veramente tempi magri. L’economia che non riparte; una politica estera ansimante e sottotono in un momento davvero critico per l’area mediterranea (la nostra “culla”), più le altre tante cose che non vanno. Compresi gli scandali e i conflitti di interesse che bussano anche alla porta del suo esecutivo.

Ma soprattuto è la trascurata questione del partito che fa impressione. Abbiamo visto, grazie a Giorgio Velardi e Stefano Iannaccone, come anche tanti  fondatori del Pd covino riserve e delusione per l’andazzo, per le promesse mancate, per la mission annunciata al momento della nascita della nuova forza politica e poi tradita.

Per carità, ci sono anche cose buone in quelle fatte da Renzi negli ultimi due anni. Anche se troppe di esse nulla hanno a che fare con le aspettative di militanti ed elettori. Non sto a dire che sono cose di destra o di sinistra, visto che per la famosa generazione Leopolda questi termini non hanno più senso. Ma cose antipopolari certamente sì, lo dico, per capirci e intenderci perché almeno questo, a Firenze e dintorni, potranno certamente arrivare a considerare e comprendere.

Il problema fondamentale al di là delle singole scelte resta però quello delle mancanza di dibattito vero, di confronto, di elaborazione di una linea che tenga insieme anche l’Italia o almeno quel che resta del popolo di centrosinistra.

Se ciò non accade è perché manca il partito, appunto. Luogo di confronto e di controllo. Articolato sul territorio non solo per compilare tessere e raccogliere risorse con le quali i vertici maggioritari fanno poi quel che vogliono, desiderano ed è funzionale alla propria crescita politica, ma per stare in mezzo alla gente e ai suoi problemi.

La verità, ecco, è che questo non è un partito, né leggero né pesante, né di massa né di élite. E’ un cartello elettorale con anime teoricamente incompatibili, dove leader cosiddetti e padroni delle tessere si muovono solo per le alimentare le fortune personali e garantirsi la rielezione.

Così è ridotto il Pd. Senza neanche tante speranze che un domani possa cambiare. Almeno per il momento. Grazie naturalmente ai brillanti e moderni organizzatori e tifosi delle Leopolde (trasformate in pure celebrazione del Potere, come scrive l’ottimo Diego Pretini) e anche agli esponenti delle minoranze interne che, a parte riunirsi e continuare a lanciare inutili penultimatum a Renzi, non sanno proprio più che pesci prendere.