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Si dice che il Movimento Cinque Stelle, forse già il primo e comunque uno dei due più consistenti partiti italiani, abbia raggiunto una soglia di stabilità, maturità e autonomia tale da consentirne la definitiva emancipazione dai due fondatori Grillo e Casaleggio, con l’avvento di un nuovo leader, non più pre-imposto ma spontaneamente selezionato nel Movimento, e da legittimarne l’aspirazione a governare il Paese e le grandi città, a cominciare dalla Capitale.

Di certo il M5S è a una svolta fondamentale della sua vita, a sei anni dalla fondazione, ad appena due anni dall’arrivo in Parlamento. Si potrebbe dire a un bivio. Di qua o di là. Da una parte, la strada ritta della definitiva assunzione a partito di governo (probabilmente sarebbe più corretto ricorrere alla definizione “di lotta e di governo”) nel contesto della politica nazionale, da risanare profondamente; dall’altra, la strada incerta e forse precaria del movimento “contro”, in un contesto istituzionale malato che sarebbe sostanzialmente privato di tutto il suo potenziale di moralizzazione e di innovazione.

Il bivio insomma non appare tale da costringere a scegliere, qui e ora, come sembrerebbe dalle recenti cronache, fra la rassicurante ma ingombrante tutela dei due padri-padroni e l’emancipazione liberatoria. Anzi, nonostante certe enfatiche opinioni (corredate da enfatizzati sondaggi) sull’acquisita maturità del Movimento e sulla irreversibile tenuta di credibilità e di consensi della eventuale leadership di Di Maio, è da ritenersi, in tutta onestà, che l’abbandono di Grillo (senza o anche con l’occhiuta sopravvivenza del controllo made in Casaleggio) sarebbe oggi assai rischioso, rischiosissimo, per la stessa continuità del Movimento. Piaccia o meno, qui e ora, il M5S è ancora e sempre Grillo, e i suoi aderenti, dirigenti e parlamentari “cittadini” sono “grillini”. E certo, da questo punto di vista – cioè della nascita di un movimento-partito libero dalla padronanza di una o due persone – il M5S si può e si deve evolvere.

Allora? Allora, qui ed ora, con o senza Grillo, il bivio è sempre quello, dal febbraio 2013, quando il M5S entrò in Parlamento, conquistandovi 54 seggi in Senato e ben 109 seggi alla Camera. E’ il bivio che a quella data il M5S si lasciò alle spalle, rifiutando le logiche e i “giochi” parlamentari, e contribuendo da protagonista – fra l’altro – al mancato isolamento di Berlusconi e al mancato governo-Bersani (situazione il cui esito è stato notoriamente prima il governo Letta-Berlusconi e infine il governo Renzi-Verdini). Un bivio quindi da recuperare, facendo, più che passi all’indietro, passi in avanti, dettati dalla istruttiva esperienza compiuta in questi due anni.

Insomma, il bivio è: da una parte la strada luminosa ma vaga dove si può continuare a coltivare il sogno, l’illusione e spesso la truffa della “democrazia diretta”, dall’altra la retta via dove si fatica a cogliere virtuosamente, uno per uno, i frutti propri della democrazia e dove ci si confronta con le problematiche e spesso con la palude melmosa, dove rischia permanentemente di impantanarsi la “democrazia rappresentativa”.

E’ il caso di ricordare che la “diretta”, già ai tempi dell’invenzione della democrazia nell’antica Grecia, ai tempi della ristretta popolazione della polis radunata nell’agorà, veniva manipolata da demagoghi e arruffapopoli. Oggi, con la democrazia di massa (molto agitata dall’alto con radio e televisione, e molto agitata dal basso ma molto ordinata dall’alto in Rete), quei rischi sono divenuti certezza, anzi elemento costitutivo ineliminabile e irreversibile della cosiddetta “democrazia diretta”. La democrazia rappresentativa, invece, è quella sperimentata e in vigore in tutte le democrazie avanzate e liberali del globo. Oggi, specie in Italia, mostra tutti i suoi difetti. Ma, proprio con la Rete, finalmente, può essere portata sulla retta via, rianimata, arricchita. Non sostituita.

Ecco ciò che dovrebbe finalmente fare con convinzione e determinazione il M5S: assumersi tutte le responsabilità della “democrazia rappresentativa”, promuovendo il massimo di trasparenza, di partecipazione e di controllo popolare (con la Rete). Peraltro solo su questa strada potrebbe risolversi naturalmente la questione-Grillo. Ma è chiaro che alla vita parlamentare, in quanto rappresentanti dei cittadini, bisogna partecipare in pieno. Sporcandosi le mani, come si diceva una volta. Con generosità, pazienza e competenza. E questo sarà possibile solo se gli eletti in Parlamento saranno, si sentiranno e si comporteranno non da “cittadini” (bisognosi ed esposti all’eterodirezione), ma da rappresentanti dei cittadini, consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità.