Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), il Papa a Firenze ha scandito: “Dio protegga la Chiesa dal potere, dall’immagine e dal denaro”. Perché Bergoglio è così critico con la Chiesa italiana?
A Firenze la Chiesa italiana è stata l’occasione, non il problema: basterebbe leggere il discorso che negli stessi giorni Papa Francesco ha fatto all’episcopato tedesco… Il richiamo è alla Chiesa tutta perché torni all’essenziale: che non coincide certo con brame e logiche mondane.

Perché la Chiesa italiana non riesce a stare al passo di papa Francesco?
Alcuni rimpiangono una Chiesa italiana più impegnata in politica, altri contestano una sua persistente sovrapposizione; alcuni conoscono la sobrietà di vita della maggioranza dei parroci e dei vescovi, altri utilizzano qualche episodio – francamente inaccettabile – per ripetere il cliché di “lussi anacronistici”. A mio avviso la nostra Chiesa, pur con tutti i suoi limiti, è vicina al Papa: forzarne la distanza è un gioco che non giova a nessuno.

Il vescovo Luigi Negri avrebbe evocato la fine del pontificato di Francesco. E vuole incontrare Bergoglio per chiarire.
Il Vescovo ha detto di non aver pronunciato quelle espressioni proprio in quella maniera e io non ho motivo per non credergli. Certo, immaginando che le avessi pronunciate io, per coerenza mi presenterei dal papa per rimettere il mandato.

Francesco dice che non si può predicare la povertà e vivere da faraoni. Chi sono i faraoni della Chiesa e del Vaticano?
I “faraoni” – nella Chiesa, in Vaticano come nel resto della società – sono coloro che hanno perso il senso del limite, confondono i mezzi con il fine e finiscono per adorare il dio denaro o vendersi per la carriera. Nella Chiesa stridono ancor di più. Quando sento di casi di religiosi che si intascano soldi destinati alla carità, provo il vivo prurito di costituirmi parte civile in un processo a loro carico: non si possono calpestare né i poveri né i fedeli in questo modo, che getta fango su vescovi e preti esemplari. La Chiesa deve chiedere i danni.

Bergoglio ha dato l’esempio andando a vivere a Santa Marta, portando una croce di ferro e viaggiando con un’utilitaria. Lo fanno in molti nella Cei? E lei?
Vivo in comunità con i preti che lavorano con me in Cei: ciascuno ha la propria stanza e condividiamo il refettorio. Personalmente ho una vecchia Polo, che ora dovrei cambiare; la mia remunerazione non supera quella di un operaio.

Non crede che in questa stagione di sobrietà, la Cei potrebbe accettare una revisione dell’8 per mille, lasciando la quota non sottoscritta allo Stato?
Non sono d’accordo. Non vorrei che sembrasse una difesa di bandiera se rispondo invitando, invece, a considerare con obiettività ciò che la Chiesa compie attraverso i fondi dell’8xmille: li restituisce decuplicati in termini di vicinanza, servizi e solidarietà. Quanto allo Stato, è bene ricordare che rappresenta già uno dei possibili destinatari del sistema…

Il Papa dice che non fermeranno le sue riforme. Ma chi è che vuole ostacolarlo, c’è un complotto?
La comunità ecclesiale è con il Papa. Difficoltà e resistenze rispetto al cambiamento sono da mettere in conto: la riforma viene a scuotere in maniera radicale quelle che per qualcuno sono abitudini comode e consolidate. Ma chi ragiona pensando che adda passà ‘a nuttata fa male i propri calcoli.

È giusto che il Vaticano processi due giornalisti, Nuzzi e Fittipaldi, che hanno denunciato lo stesso marcio che il Papa combatte?
Il processo nasce dall’ipotesi di violazione di precise norme dello Stato Città del Vaticano: ipotesi che ora deve essere verificata in giudizio, con tutte le garanzie previste per chi ne è coinvolto. È evidente che tra gli imputati le responsabilità sono diverse.

Il Vaticano fa bene a confermare il Giubileo, nonostante il rischio attentati?
I fatti di Parigi ci dicono che il terrorismo non ha bisogno di eventi particolari per scatenare la propria ferocia omicida: rinunciare al Giubileo significherebbe soltanto lasciarsi condizionare dal terrore. Non dimentichiamo che l’Anno santo – più che di viaggi e grandi celebrazioni – è fatto di misericordia ricevuta e donata: oltre a varcare le porte delle cattedrali, ci chiama a entrare laddove c’è un malato, un carcerato, un bisognoso.

La politica italiana ascolta la Cei o non c’è più il dialogo di un tempo?
Il dialogo rappresenta per la Cei un’esigenza costantemente ricercata con ogni interlocutore e a ogni livello, quindi anche con il mondo della politica. Voglio essere chiaro: quando parlo di dialogo non penso a una negoziazione di privilegi, ma a una collaborazione concreta in vista del bene comune. Lo spirito ce lo ha indicato il Papa a Firenze, ricordando che “la società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo” e che “il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti”.

Il Parlamento approverà le unioni civili, cosa si aspetta?
Non sono in grado di dire quali esiti avranno i dibattiti parlamentari e intragovernativi. Mi auguro che non ne esca indebolito il valore della famiglia con una sua omologazione ad altre forme di relazione che di fatto hanno una diversa natura.

È d’accordo col ripristino dei sacramenti ai divorziati risposati?
L’accoglienza e la vicinanza – espresse tanto nel Sinodo quanto nelle nostre comunità – non indicano scorciatoie sui sacramenti, ma un percorso per certi versi ancora più esigente. Più che fermarsi a sterili semplificazioni, l’impegno che ci è chiesto è di accompagnare le relazioni ferite del nostro tempo.

Lei è andato a parlare al meeting di Comunione e Liberazione. Quanto contano oggi i cattolici in politica?
C’è bisogno dei cattolici in politica. E contano nella misura in cui testimoniano con la coerenza della vita le cose in cui dichiarano di credere; e sanno orientare l’attività politica in coerenza con tale credo. L’attuale degrado della politica ci impegna a sostenere la formazione di una classe dirigente responsabile e competente, che lavori nell’orizzonte delle comunità.

da Il Fatto Quotidiano del 02/12/2015