Mentre i vertici di Ferrovie dello Stato sono dati per vicini all’uscita, il governo spinge l’acceleratore sulla privatizzazione del gruppo. Scegliendo la via intermedia sostenuta dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio: il 40% della società sarà quotato in Borsa, ma l’infrastruttura di rete, cioè i binari, rimarrà pubblica. A spiegarlo è stato lo stesso Delrio, dopo il Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla procedura di cessione che andrà in porto nel 2016. Non è però ancora chiaro se la sostituzione consisterà nello scorporo di Rfi, cioè appunto la società che ha in pancia i binari, come auspicato in più occasioni dal presidente Marcello Messori.

“Viene avviata una procedura che tiene presente la complessità della gestione delle Fs e la necessità di aumentare gli obblighi di servizio pubblico”, ha detto infatti il ministro, citando tra i “paletti” il fatto che “dovrà essere garantito l’accesso a tutti in maniera uguale”. Vale a dire che, come chiesto più volte dall’Autorità dei trasporti, le società private che offrono servizi di trasporto, come Ntv, devono poter utilizzare i binari senza discriminazioni rispetto a Trenitalia, che del gruppo Fs fa parte. Cosa che però può essere garantita, sulla carta, anche senza un vero e proprio scorporo societario. Ma la questione non è di poco conto per quanto riguarda gli introiti che lo Stato riceverà dall’operazione.

Per capirlo va ricordato che proprio il nodo della separazione dell’infrastruttura, che è postata nel bilancio delle Ferrovie a un valore di 30 miliardi, è da sempre oggetto di scontro tra il presidente Messori e l’amministratore delegato Michele Mario Elia. Con il primo convinto, come ha messo nero su bianco in una lettera inviata l’estate scorsa al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che privatizzare una parte dell’intero gruppo senza prima scorporare le reti e alcune controllate si tradurrebbe in una “svendita: lo Stato, secondo l’economista, rischia di incassare non più di 4 miliardi conto i 10-11 miliardi di introito potenziale. Su questa posizione si è consumata la rottura con Elia, favorevole alla vendita in blocco. Poco più di un anno fa, Messori ha riconsegnato le proprie deleghe al consiglio di amministrazione. Compresa quella sulla privatizzazione. Ora il cambio al vertice del gruppo appare sempre più vicino: giovedì 26 novembre si riunirà il consiglio d’amministrazione. Se Messori ed Elia non si faranno da parte spontaneamente, potrebbero essere gli altri consiglieri (almeno cinque su nove) a dimettersi per far cadere l’intero cda e consentire al Tesoro il ricambio.

La cessione del 40%, secondo il decreto, avverrà “attraverso un’offerta pubblica di vendita rivolta al pubblico dei risparmiatori in Italia, inclusi i dipendenti del gruppo Ferrovie dello Stato, e a investitori istituzionali italiani e internazionali, e quotazione sul mercato azionario”. Come nel caso di Poste italiane potranno essere previste “forme di incentivazione, tenuto conto anche della prassi di mercato e di precedenti operazioni di privatizzazione, in termini di quote dell’offerta riservate (tranche dell’offerta riservata e lotti minimi garantiti) e di prezzo (ad esempio, come in precedenti operazioni di privatizzazione, bonus share maggiorata rispetto al pubblico indistinto) o di modalità di finanziamento”.

Il provvedimento va ora all’esame del Parlamento. Per Marco Filippi, capogruppo Pd nella commissione Lavori pubblici, infrastrutture e trasporti di Palazzo Madama, “l’annuncio dell’avvio della privatizzazione di una quota importante di Ferrovie dello Stato è sicuramente un fatto importante che procede nella giusta direzione: garantire servizi dignitosi ed efficienti ai viaggiatori e ai pendolari”. Ma ci sono “molti nodi da sciogliere con attenzione per evitare che sia solo un’operazione economico/finanziaria e sia, invece, un momento di crescita e sviluppo per l’intero sistema del trasporto ferroviario”. Per questo Filippi auspica “che il Parlamento sia coinvolto in tutti i passaggi”.