Rai - trasmisione porta a porta

Mi vergogno di essere collega di Maurizio Belpietro. Il fatto che venga definito giornalista mi disturba, e credo che sia lesivo per l’immagine della professione. Perciò ho anche aderito alla petizione lanciata su change.org perché l’Ordine dei giornalisti ne avvii la radiazione. Il primo motivo è che dalle colonne del suo giornale incita sistematicamente al razzismo e all’odio, e chi lo fa non può rimanere fra i giornalisti. La seconda ragione non è meno importante della prima: chi occulta volutamente le notizie non solo non fa informazione, ma non è degno di farla. Ed è esattamente il caso del direttore di Libero. L’ultimo esempio? Ieri, 19 novembre. Belpietro dedica un intero articolo per demolire Maryan Ismail, donna somala e cittadina italiana, membro del Pd e musulmana. Il motivo di cotanta rancorosa attenzione? Maryan ha osato chiedere le scuse di Belpietro per il titolo a tutta pagina di LiberoBastardi islamici, pubblicato all’indomani degli attentati di Parigi. Ben si capisce il livore (razzista) del direttore, è quasi un sillogismo, anzi un paralogismo (cioè un falso sillogismo): se gli islamici sono bastardi, Maryan è islamica, ergo Maryan è per forza una “bastarda”. Un tanto al chilo, come spesso fanno gli intolleranti o gli xenofobi. Ma tant’è. Se poi ci aggiungiamo che è del Partito Democratico, ovvio che l’illustre direttore ci è andato a nozze.

Si potrebbe anche capire, il meccanismo mentale: chi alla parola islamico vede rosso, e tanto più se il rosso (politico) gli fa vedere rosso, è normale che carichi come un toro infuriato. Eppure, in questo caso, c’è di peggio. E ce lo dice lo stesso Belpietro: scrive che fino al giorno prima non sapeva nemmeno chi fosse, Maryan Ismail; che è andato a informarsi su internet (fonti di prim’ordine, direttore! Sprechi almeno qualche telefonata, come si faceva una volta), e là, in rete, ha fatto le sue belle scoperte, cioè che Maryan è nata a Mogadiscio, è figlia di un diplomatico somalo, è esule politica – con tutta la sua famiglia – da molti anni, e vive in Italia a Milano. Ha trovato pure che è nelle file del Pd e che di recente si è occupata della questione, tanto dibattuta, della moschea da costruire a Milano.

Invito tutti a mettere il nome di Maryan Ismail su un motore di ricerca: viene fuori ben altro. La famiglia della donna somala è fuggita dal Paese del Corno d’Africa perché il padre era in dissenso col dittatore Siad Barre, credeva nella democrazia e in uno Stato laico, nonostante la Somalia sia al 99% islamica. Dalla rete emerge anche che Maryan da anni si batte per i diritti civili e contro ogni fanatismo che li nega; si è sempre prodigata, lei, donna somala e musulmana, per i diritti delle donne e in particolare per l’emancipazione delle donne islamiche. E lo ha fatto a prescindere dal colore politico, cercando e dando sostegno a chiunque condividesse i suoi ideali, di destra o sinistra che fosse.

Ma ho lasciato per ultimo l’aspetto più importante: il fratello di Maryan, Yusuf Ismail, è stato ucciso a Mogadiscio il 27 marzo scorso dagli shabab somali, proprio i cuginetti dell’Isis. Era uno dei bersagli del commando che è entrato nell’albergo e ha seminato la morte, in modo del tutto analogo a quanto è accaduto al Bataclan e al ristorante parigino, con le raffiche di kalashnikov e le granate. Ieri, ho sentito Maryan (che conosco da tanto tempo, proprio per le sue battaglie di civiltà, e che mi onora della sua amicizia). La prima cosa che ha detto è: “Mi sento come se avessero ucciso di nuovo mio fratello”. Non può che sentirsi così: Yusuf ha letteralmente dato la vita per combattere l’estremismo e il fanatismo islamico. Non è semplicemente capitato per caso nel teatro di un attentato. È stato assassinato proprio per la sua instancabile azione politica e diplomatica contro “i barbuti” – come li chiamava – che in nome della sua stessa religione sono spietatamente intolleranti, fino a commettere attentati e a uccidere persone inermi e innocenti.

Tutto ciò era facilmente rintracciabile in internet. Perciò, delle due l’una: o Belpietro non sa trovare le notizie, e allora è meglio che cambi mestiere; oppure le ha trovate e le ha taciute, perché gli faceva comodo sparare a zero su Maryan ismail, musulmana e di sinistra, e in questo caso non è degno del titolo di giornalista.

Mercoledì prossimo (25 novembre) Maryan andrà davanti alla sede di Libero. Belpietro, ora, ha due motivi per chieder scusa. A tutti i musulmani tolleranti e pacifisti, offesi da quel titolo; a Maryan Ismail e alla sua famiglia, perché in un colpo solo ha “ucciso” l’impegno non di una ma di due vite, la sua e quella del fratello Yusuf.

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