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Quanto accaduto a Parigi indurrebbe al silenzio. La guerra iniziata nell’agosto 1990 non è ancora finita e promette altre vittime e lutti e altri orrori; come la Guerra dei Trent’Anni, iniziata come conflitto religioso e finita in lotta per l’egemonia europea con la Pace di Vestfalia. Ora il teatro è mondiale ma la guerra è percepibile solo quando ci tocca da vicino. Se Beirut è lontana, Parigi siamo noi. Silenzio, quindi? Mi ribello, qui. Non bisogna piegarsi allo stato di guerra.

In questi giorni si concretizza la privatizzazione dei negozi delle più importanti stazioni ferroviarie italiane, 14 in tutto. La Grandi Stazioni Spa (60% delle Ferrovie dello Stato e 40% di privati: Gruppi Benetton, Caltagirone e Pirelli e Société Nationale des Chemins de Fer) darà vita a due veicoli, Gs Immobiliare e Gs Retail, oggetto della compravendita, che sarà focalizzata sulle attività commerciali delle stazioni della rete. Nulla di male: tutto regolare, perfetto, efficiente. La lista dei potenziali acquirenti va da fondi di private equity (come Blackstone, Bain, Cvc, Carlyle, Bc Partners, Cinven e Lone Star), a operatori della grande distribuzione (Lagardère e McArthurGlen) e del real estate (Klépierre e Unibal Rodamco), a fondi sovrani (come Singapore Gic). Alla fine, l’incasso potrebbe toccare il miliardo di euro.

La Pennsylvania Station di New York è di proprietà di Amtrack, ossia la National Railroad Passenger Corporation, compagnia di trasporto semi-governativa, il cui patrimonio è di proprietà del governo federale. La Victoria Station di Londra è di Network Rail, una società senza dividendi, di pubblico interesse. La Gare de Lyon di Parigi è di Société Nationale des Chemins de Fer, in coabitazione con Régie autonome des transports parisiens, entrambe aziende pubbliche. Sono tutte stazioni costruite con fondi pubblici e tuttora sotto pieno controllo pubblico. La stazione di Brignole a Genova fu eretta con i soldi pubblici di Expo1906-Milano. Così tutte le altre, da Porta Nuova a Torino, Milano Centrale e Termini; e Santa Maria Novella a Firenze, un capolavoro del razionalismo italiano degli anni 30 del secolo scorso, costruita in sostituzione della seconda stazione di Firenze (stazione Maria Antonia) che aveva fin da subito sostituito la prima, la Leopolda, che si rivelò insufficiente già alla fine dei lavori nel 1848.

Privato è bello è un bel modello. Funziona bene quando c’è concorrenza, come tra Freccia Rossa e Italo, per esempio, o tra Mediaset e La7. Diventa invece pericoloso quando, di fatto, si cede un monopolio. E Vito Pallavicini ha scritto che “il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va”. La pubblicità silenzia le ultime tre parole, ma non la musica di Paolo Conte.
Privato è bello diventa allora un assioma ideologico prima che economico, l’assioma che nel nuovo millennio ha incentivato in Italia l’edificazione di grandi volumi e oliato la macchina finanziaria, con marginali benefici al tessuto produttivo e molti problemi di sostenibilità ambientale e sociale. Le aree ferroviarie dismesse sono state uno dei fuochi del sistema, così come le altre aree demaniali da riusare.

Il nostro Paese ha preso la via liberista, alienando quote sempre più vaste di realtà collettiva, frutto diretto o indiretto del contributo di tutti i cittadini, spesso i nostri avi. Quando sarà abbastanza? Eubulide di Milito, tre secoli prima di Cristo, introdusse il paradosso del calvo: “Un uomo con molti capelli non è certamente calvo. Se a quest’uomo cade un capello, egli non diventa calvo. Tuttavia se, uno dopo l’altro, i capelli continuano a cadere l’uomo diventerà calvo. Ma quindi quand’è che un uomo può essere definito calvo?” La differenza tra calvo e non-calvo risiede in un solo capello? E qual è il capello da strappare per sentirci finalmente a posto con la storia?

Avrei preferito che i partiti al governo del Paese lo avessero detto con chiarezza prima del voto. Probabile che il principale partito di governo avesse tra i suoi obiettivi la privatizzazione delle cose della gente, ma confesso di non averlo colto. Alla fine della Prima Repubblica, lo Stato valeva il 40% del Pil ed era talmente inefficiente da trasportarci con gli aerei di Stato, da illuminarci con l’energia di Stato, da rifornirci di acciaio di Stato, da collegarci con la compagnia telefonica di Stato, da nutrirci con i pelati e il panettone di Stato e perfino da finanziare a pioggia istruzione e ricerca in media europea. Oggi lo Stato vale più del 50% del Pil ed è molto più efficiente, perché, tra una spending review e l’altra, sta privatizzando quanto più può, senza curarsi dei monopoli. Privato è bello. Per chi?