Il cuore dell’Europa, i cristiani, i musulmani sciiti, l’asse composto da Russia, Iran ed Hezbollah, i governi “nemici dell’Islam” e le popolazioni di etnia curda. Tutti sono stati raggiunti dalle minacce dello Stato Islamico e tutti, almeno una volta, hanno dovuto subire gli attacchi dei terroristi al servizio dell’autoproclamato Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi. La potenza militare nei propri territori, unita al sempre più forte radicamento anche oltre i confini del Califfato, insieme a una grande capacità comunicativa e di propaganda, hanno permesso a Isis di realizzare i piani del terrore annunciati nei video diffusi su Internet. Il Califfato lo aveva fatto anche a settembre, con un video che prometteva nuovi attacchi in Francia. Promesse che poi si sono concretizzate negli attentati di Parigi del 13 novembre. Una capacità di penetrazione che preoccupa sempre più anche i Paesi lontani dalle “terre del Califfato” e che costringe i governi a mantenere costantemente alta l’allerta terrorismo.

Jihadi John e le prime minacce all’Occidente
Le prime decapitazioni di ostaggi in mano agli uomini dello Stato islamico hanno fatto conoscere al mondo la figura del boia Jihadi John, ma hanno anche inaugurato la stagione delle minacce di Isis nei confronti delle potenze occidentali. Al tempo, obiettivo dichiarato dei terroristi erano il governo americano e gli alleati, come la Francia, che l’hanno sostenuto nei bombardamenti in Iraq e Sira. E pochi mesi dopo arriva anche la prima vendetta da parte dello Stato Islamico.

Il 7 gennaio 2015, i due fratelli Said e Cherif Kouachi fanno irruzione nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, a Parigi, e uccidono 12 membri della redazione. Due giorni dopo, Amedy Koulibaly si barrica all’interno di un supermercato kosher di Porte de Vincennes, nella periferia della capitale francese, sequestrando le persone all’interno e uccidendone quattro. A rivendicare il primo attentato è al-Qaeda nella Penisola Arabica, mentre Koulibaly si dichiara un membro dello Stato Islamico. L’organizzazione di al-Baghdadi, sul suo magazine di propaganda, Dabiq, parlerà di Koulibaly come di un martire dal quale gli aspiranti jihadisti sparsi per il mondo devono prendere esempio. Da questo momento, gli uomini del Califfato intensificano le minacce, diffuse su Internet e sui social network, contro quelli che definiscono i “nemici dell’Islam e dello Stato Islamico”.

Le stragi del Ramadan, in Francia, Tunisia e in Kuwait l’obiettivo sono sciiti e cristiani
Un copione simile si ripresenta a giugno 2015. Con un audio messaggio della durata di 28 minuti, il portavoce dello Stato Islamico, Abu Muhammad al-Adnani, invita tutti i fedeli a colpire cristiani e miscredenti nel mese sacro del Ramadan, a giugno: “Trasformiamo il mese di digiuno del Ramadan, cominciato la settimana scorsa, in un tempo di calamità per gli infedeli sciiti e i musulmani apostati, sollecitando nuovi attacchi in Iraq, Siria e Libia”, esortava uno degli uomini più influenti del Califfato.

Le sue richieste vengono ‘esaudite’ durante quella che è stata ribattezzata la strage del Ramadan, il 26 giugno 2015, quando gli uomini di Isis hanno portato a termine un triplice attacco in Francia, Kuwait e Tunisia. Gli obiettivi colpiti sono proprio quelli richiesti dal portavoce in nero: cristiani e occidentali in Tunisia e Francia, nella strage dei resort di Sousse e la decapitazione di un uomo in una fabbrica vicino Lione; sciiti nell’attentato alla moschea di Kuwait City. Bilancio totale: 67 morti e lo Stato Islamico che può continuare a minacciare e incutere timore in Medio Oriente e Occidente.

I governi del mondo arabo “nemici dell’Islam”. Colpiti Tunisia ed Egitto
Nemici dichiarati del Califfato sono anche i governi del mondo arabo che, però, portano avanti politiche intransigenti e repressive nei confronti dell’Islam più radicale. È così che nel mirino dello Stato Islamico finiscono la Tunisia del premier Habib Essid e l’Egitto del presidente Abd al-Fattah al-Sisi, colpevoli di aver messo in atto, il primo, leggi antiterrorismo repressive e, il secondo, una vera e propria campagna giudiziaria contro gli oppositori che, in gran parte, appartengono ai Fratelli Musulmani. Le minacce sono numerose e diffuse con messaggi video che promettono vendetta. Le conseguenze, come nei casi precedenti, sanguinose.

La Tunisia è stata sconvolta da due grandi attentati, quello al Museo del Bardo e, appunto, quello nei resort di Sousse, che hanno messo in ginocchio il turismo nel Paese. Rischio che corre anche l’Egitto dove, oltre che nell’area “calda” del Sinai, i jihadisti hanno colpito più volte nella capitale, Il Cairo, con attentati al Consolato italiano e la decapitazione del cittadino croato, Tomislav Salopek. Il 1 novembre, l’atto finale che colpisce anche la Russia, altro nemico di Isis dopo la decisione di Vladimir Putin di intervenire militarmente al fianco del presidente siriano, Bashar al-Assad: un airbus russo decollato da Sharm el-Sheikh precipita nel Sinai e 224 persone muoiono. Le indagini sono ancora in corso, ma Wilayat al-Sinai, braccio di Isis in Egitto, ha rivendicato l’attacco.

Russia, Iran, ma anche Londra e Roma. Isis annuncia nuovi attacchi
Dopo aver colpito anche i curdi in numerosi attentati, tra cui quello nella città turca di Suruç, a luglio, lo Stato Islamico promette nuovi attacchi contro i nemici sciiti, dopo aver portato a termine un nuovo attentato in un quartiere di Beirut considerato una roccaforte di Hezbollah, in Libano, che ha ucciso oltre 40 persone. Ma l’obiettivo privilegiato degli uomini di al-Baghdadi rimangono le potenze occidentali impegnate nella lotta al Califfato. Russia e Iran, oggetto di un nuovo video di minacce dello Stato Islamico, sembrano non farsi influenzare, anche se il presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha preferito annullare la sua visita in Italia. Londra e Roma, invece, alzano i livelli di sicurezza. La capitale britannica ha fatto evacuare uno dei terminal dell’aeroporto di Gatwick a causa di un pacco sospetto, mentre Roma si prepara al Giubileo, che inizierà a dicembre, con il timore per la sicurezza nelle strade della capitale.

Twitter: @GianiRosini