Bruno Contrada 675La rivista Crimen, nell’edizione in edicola questo mese, ha messo a segno un colpo di grande interesse, sia giornalistico ma anche, e specialmente, per quanto attiene al mio interesse specifico, giuridico. Edoardo Montolli ha infatti intervistato Bruno Contrada, personaggio di punta dell’antimafia e poi oggetto di indagini, processi e condanne con riferimento al “mondo” delle istituzioni delle Repubblica ritenuto attiguo alla mafia siciliana negli anni delle stragi e quelli del presunto rapporto Stato-mafia.

E’ interessante rilevare come Contrada abbia ottenuto la revisione del processo in ragione di nuove prove (presupposto indispensabile per riaprire un processo ormai chiuso) anche sulla base del contenuto di due libri che ricostruiscono quegli accadimenti e come sia in attesa di un ulteriore giudizio della Corte Europea (due ne ha già vinti, ma questi non consentono la revisione) che, se accolto, certificherebbe un comportamento non imparziale da parte di quei giudici che lo hanno condannato (quello della ricaduta “interna” della vittoria a Strasburgo per violazione delle regole sul “giusto processo” è una novità piuttosto recente). Insomma, Contrada, nel volgere di breve tempo, potrebbe vedere la sua immagine di uomo dello Stato completamente rovesciata per l’ennesima volta e tornare, così, a poter vantare il suo ruolo di “servitore dello Stato” ligio e corretto, come sempre da costui rivendicato.

Beninteso, uno sguardo agli esiti delle revisioni ammesse, suggerisce cautela. Infatti il panorama dei processi (chiusi) che vengono riaperti e che poi, a seguito della revisione, vedono invertito il verdetto è desolante. Questo è un corollario piuttosto naturale e ciò perché stravolgere tre gradi di giudizio è certamente un compito processuale differente dalla difesa nel corso del procedimento ordinario. Basti pensare che il nostro codice prevede la colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio” come standard di colpevolezza, il che presuppone che la presenza di un elemento concreto di dubbio impone l’assoluzione e che la difesa può limitarsi a riscontrare la presenza di questo nelle prove d’accusa, senza spingersi a proporre prove della difesa.

Nella revisione l’onere probatorio può dirsi invertito ed è dunque la difesa che deve dimostrare “oltre ogni ragionevole dubbio” l’innocenza, operazione evidentemente non riuscita (e nemmeno richiesta) nel processo. Non è stabilito dal codice che il ragionevole dubbio della colpevolezza dell’accusato (anche dopo le nuove prove d’innocenza) “salva” le sentenze di merito e di Cassazione ma si può utilizzare questo argomento intuitivo per dare una ragione della difficoltà di vincere (per il condannato) questa nuova fase. In buona sostanza: i testi che hanno permesso a Contrada di vedersi accolta la richiesta di riaprire il processo dovranno essere trasformati in dati processuali empirici e concreti tali da azzerare anni di processi. E specialmente di ricostruzioni degli accadimenti della Repubblica Italiana.

Questa banale considerazione, unitamente al resto dell’intervista di Montolli a Contrada, suggerisce anche una riflessione di ordine quasi storiografico. Il cittadino non riesce realmente a capire cosa sia accaduto in Italia in quegli anni, come lo Stato abbia scelto di combattere la criminalità mafiosa e come la mafia abbia risposto a tutto questo. Un passaggio che anche Contrada sottolinea con una certa determinazione il che fa realmente dire che per il comune cittadino è legittimo formarsi un’opinione personale ma scade nel “tifo calcistico” trasformare l’idea personale in una verità da spendere con giudizi tanto affrettati quanto, in concreto, infondati.

Colpisce il passaggio dove Contrada racconta la sua modificazione del pensiero rispetto ad un momento cruciale di questo spaccato di storia (civile e giudiziaria) e cioè l’omicidio di Salvo Lima. E’ sempre passata l’idea che si sia trattato di un “messaggio” all’allora Presidente del Consiglio Andreotti o comunque alla “politica romana” di riferimento e lo stesso Contrada riferisce di averla sempre pensata così. Poi avrebbe cambiato idea, offrendo una ricostruzione del tutto nuova: quell’omicidio non sarebbe stato compiuto per vendicare o lanciare un avvertimento ad Andreotti ma per colpire Buscetta e chi con lui aveva avuto rapporti. E ciò a seguito del suo pentimento. Ancora dubbi e quesiti su quegli anni. Ho definito l’intervista come un “colpo” a carattere storiografico. Lo ribadisco: la giustizia credo sia solamente una sede dove far luce sui fatti ma, il tempo trascorso, e il limite della ricostruzione giudiziaria (lo storico può ricostruire i fatti utilizzando fonti diverse, anche le più varie, inammissibili nel giudizio penale) ritengo che impongano di porre, se non maggior attenzione, almeno uguale, a ciò che può offrire una luce diversa da quella dell’aula di giustizia. Forse in questo modo sarà possibile un dibattito e una soluzione più veritiera di quanto avvenuto.

Ma c’è ancora chi, come lo stesso Contrada, deve ancora ricevere da quel metodo ricostruttivo processuale (si ripete, limitato) Giustizia (con la G maiuscola). Speriamo che almeno in questo ambito arrivi una valutazione definitiva e non un processo alla storia, come suggerito da costui nell’intervista.