Dal dominio del ciellino Roberto Formigoni sulla sanità della Lombardia si è passati a quello del leghista Roberto Maroni. Ma la musica non è cambiata, quando si parla di attuazione della legge 194 sull’aborto. Che continua a non essere applicata fino in fondo. Questa è l’accusa degli esponenti del Pd eletti al Pirellone, che sottolineano soprattutto una nota dolente: solo il 4,5% dei 15.912 aborti del 2014 è avvenuto utilizzando la pillola RU486, una percentuale che pone la Lombardia al 15esimo posto tra le regioni italiane. Mentre più di due ginecologi su tre operanti nelle strutture pubbliche della regione non esegue interruzioni volontarie di gravidanza in quanto obiettore di coscienza.

Il quadro lombardo si inserisce nel contesto nazionale descritto dalla relazione annuale del ministero della Salute trasmessa di recente al Parlamento. L’anno scorso, per la prima volta da quando la legge è stata approvata nel 1978, in Italia il numero di aborti è sceso sotto i 100mila: 97.535 in tutto, con una diminuzione del 5,1% rispetto al 2013. Una notizia positiva, secondo la vicepresidente del consiglio regionale Sara Valmaggi (Pd), dal momento che “l’obiettivo della norma non era solo quello di garantire possibilità di scelta alle donne, ma anche di arrivare a una riduzione delle interruzioni di gravidanza grazie alla prevenzione”. Ma anche su questo punto – sottolinea Valmaggi – la Lombardia fa peggio di molte altre regioni: con una riduzione del 5,2% nel numero di aborti è solo sedicesima, ben lontana da chi è in testa alla classifica, come la Valle d’Aosta (-17,5%), la provincia autonoma di Bolzano (-13,5%) e l’Umbria (-11,2%). Fanno peggio solo la Toscana (-2,9%), il Molise (-1,2%), la Puglia (+0,8%), la Basilicata (+1,8%) e la Campania (+2,9%).

Sotto accusa soprattutto la politica della giunta Maroni sul fondo Nasko, ovvero la misura di sostegno alle donne che rinunciano alle interruzioni di gravidanza. La normativa regionale prevede infatti una serie di paletti per le donne straniere che ne facciano richiesta, come la residenza in Lombardia da almeno due anni. E questo nonostante il 41,6% degli aborti del 2013 sia stato effettuato da donne straniere. “Questa scelta è dettata da una preclusione ideologica – accusa il capogruppo al Pirellone del Pd Enrico Brambilla -. In generale da quando non c’è più Formigoni non è cambiato nulla. Anzi, la politica oscurantista è stata accentuata”.

“Per le donne è difficile ricorrere alla RU486”
La nota più dolente per le donne – come detto – è la difficoltà di fare ricorso in Lombardia alla pillola abortiva, la RU846. Secondo la rilevazione effettuata dal Pd, solo il 4,5% degli aborti effettuati nel 2014 in regione è avvenuto attraverso l’utilizzo della RU486. Un dato in lieve salita rispetto a quello riportato nella relazione ministeriale per il 2013 (3,3%), ma ben al di sotto della media nazionale del 9,7% (8.114 casi) e delle percentuali riportate per il 2013 per altre regioni dell’Italia centro-settentrionale, come la Liguria (30,5%), la Valle d’Aosta (27%), il Piemonte (23,3%), l’Emilia-Romagna (21,8%), la Toscana (11,7%). Una situazione, quella lombarda, su cui secondo Valmaggi pesano soprattutto due fattori: “Innanzitutto per il ricorso alla RU486 da noi si applica in maniera ferrea l’indicazione nazionale dei tre giorni di ricovero, quando l’interruzione di gravidanza con intervento chirurgico è eseguita in day hospital. Altre regioni invece hanno scelto una linea più soft, sempre coerente con il dettato normativo. Per esempio in Emilia Romagna la RU486 viene somministrata in day hospital, mentre in Toscana può essere somministrata anche nei consultori”. In secondo luogo le donne si trovano spesso di fronte a lentezze burocratico-amministrative che impediscono di fatto il ricorso alla pillola abortiva: “Passa troppo tempo tra la certificazione che consente di ricorrere all’interruzione di gravidanza e la sua effettiva esecuzione. Così spesso scade il termine temporale di 49 giorni dall’inizio della gravidanza entro i quali è possibile fare ricorso al metodo farmacologico”.

“Più di due ginecologi su tre sono obiettori”
Per quanto riguarda il numero di medici che si dichiarano obiettori di coscienza, si conferma “la preoccupante situazione a macchia di leopardo” che il Pd aveva già denunciato in passato. Secondo i dati raccolti negli ospedali lombardi, i ginecologi che nel 2014 si sono rifiutati di eseguire interruzioni di gravidanza sono il 69,4%, un dato in salita rispetto al 63,6% riportato nella relazione ministeriale per il 2013. Ma più che il dato aggregato, che vede la Lombardia fare meglio di altre regioni (la media italiana del 2013 è del 70%), a preoccupare il Pd sono soprattutto le differenze tra ospedale e ospedale: in ben sette sui circa sessanta presidi regionali sono obiettori tutti i ginecologi (guarda il pdf con le tabelle). Questo accade a Calcinate (Bergamo), Gavardo e Iseo nel Bresciano (in quest’ultimo si raggiunge il 100% di obiettori anche tra gli anestesisti e il personale infermieristico), Oglio Po (Cremona), Melzo (Milano), Broni Stradella (Pavia) e Gallarate (Varese). La percentuale dei ginecologi obiettori è poi compresa tra l’80 e il 99% in 12 strutture, tra le quali il Niguarda (87,5%) e il Fatebenefratelli (82,6%) di Milano. Con inevitabili ricadute sulle casse pubbliche, visto che laddove il personale di ruolo non è in grado di garantire le interruzioni di gravidanza richieste si deve ricorrere ai medici a contratto, i cosiddetti ‘gettonisti’. Per una spesa che nel 2014 è stata in Lombardia di 255mila euro.@gigi_gno