Ucciso per errore? Svolta sul caso di Roberto Straccia, lo studente universitario di Moresco (Fermo), scomparso da Pescara il 14 dicembre 2011 e ritrovato cadavere in mare, sul litorale di Bari, il 7 gennaio 2012. Chi l’ha visto? mostra il volto di un ragazzo calabrese che potrebbe essere stato il vero obiettivo dei sicari. È parente di un ex boss, ormai collaboratore di giustizia. Tutto parte da un’intercettazione ambientale in carcere – mandata in onda ieri sera – tra il boss di un clan calabrese e la moglie, nella quale si ipotizza lo scambio di persona.

L’INTERCETTAZIONE IN CARCERE – Nel corso della trasmissione di Rai3 condotta da Federica Sciarelli viene trasmesso per la prima volta il video dell’intercettazione ambientale di un incontro nel carcere di Lanciano tra un boss calabrese e la moglie. Il colloquio risale a 13 giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Roberto Straccia e l’intercettazione è parte di un’indagine antidroga. Eppure a chi ascolta quelle parole non passano inosservate. “Quel ragazzo ha le stesse sopracciglia, gli stessi occhi… uguali uguali uguali”, dice l’uomo. I due parlavano di un ragazzo ucciso, “che correva sotto le telecamere (l’immagine andata in onda per mesi durante le ricerche di Straccia)”. E ancora “chi l’ha fatto si è guardato dalle telecamere, è gente esperta” dice il boss alla moglie.

L’INCHIESTA ARCHIVIATA E POI RIAPERTA – Il procedimento aperto nel 2011 per morte accidentale o per cause volontarie viene archiviato dalla Procura di Pescara e poi aperto in seguito alla richiesta dell’avvocato della famiglia Marilena Mecchi. La procura richiede l’archiviazione, ma i genitori del ragazzo tornano a opporsi. Durante la messa in onda della trasmissione sono presenti il padre dello studente, Mario Straccio, l’avvocato Mecchi e il presidente dell’associazione Penelope Antonio La Scala, che sta seguendo il caso. “Sappiamo che anche un’altra parente del detenuto ha confermato agli inquirenti i sospetti su un possibile scambio di persona” – spiega a ilfattoquotidiano.it La Scala. Che racconta: “Del fascicolo aperto per omicidio tra il 2013 e il 2014 abbiamo saputo solo a luglio di quest’anno”. In quel faldone che si trovano il riferimento all’intercettazione nel carcere e al lavoro svolto da un carabiniere che aveva cercato di verificare la somiglianza facendo una ricerca su Facebook, per capire se i sicari avessero potuto scambiare le foto dei due ragazzi. “Appare alquanto inverosimile – si legge nella relazione finale – che terze persone possano aver individuato un soggetto, nella fattispecie (omissis, il sosia di Straccia), dalla sola immagine del profilo”.

LA FOTO TROVATA AL COMUNE DI MESORACA – L’inviata del programma va così a Mesoraca (provincia di Crotone), per ottenere dagli uffici dell’Anagrafe la foto del giovane che somiglierebbe a Roberto Straccia. Il sindaco Armando Foresta (al quale nei giorni della scomparsa dello studente marchigiano avevano incendiato la casa estiva) le mette a disposizione l’ufficio. E mentre un funzionario confronta le foto dei due ragazzi, indicandone una chiede: “Ma questa è quella odierna?”. Anche lui, quindi, dà per scontato che si tratti della stessa persona. La foto viene mandata in onda (criptata) e in studio scende il gelo. “Come si può essere così sfortunati?” commenta il papà di Roberto. “Il sindaco ci ha aperto le porte del Comune, lo avrebbe fatto anche agli inquirenti” dice la conduttrice.

L’ASSOCIAZIONE PENELOPE – “Stesse sopracciglia, stessa fronte, stesse labbra, proprio come diceva il detenuto. Bastava andare fino in fondo. Nessuno ha mai interrogato il detenuto, né la moglie” ribadisce il presidente di Penelope. Che ora annuncia: “Stiamo studiando tutte le azioni di responsabilità civile nei confronti dell’apparato investigativo e giudiziario per verificare se ci siano state leggerezze. Scegliamo questa strada perché è richiesta la prova della colpa intesa come negligenza, imprudenza, imperizia e superficialità, a differenza di quella dove occorre dimostrare il dolo”. Nei prossimi giorni, intanto, il gup del Tribunale di Pescara dovrà decidere sull’opposizione alla richiesta di archiviazione presentata dalla famiglia. I genitori del ragazzo continuano a porsi le stesse domande sul figlio che – pur avendo attraversato il mare per 300 chilometri in 24 giorni – aveva ancora i vestiti integri, l’iPod attaccato alla manica e persino una bustina di zucchero nella tasca.