Al Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, sono saltati sulle sedie. Quando hanno letto l’intervista rilasciata qualche settimana fa al Fatto Quotidiano dal pentito di mafia, Francesco Di Carlo, qualcuno stentava a crederci. I riferimenti ai rapporti che, stando al suo racconto, dagli inizi degli anni Ottanta l’ex boss di Cosa Nostra, collaboratore di giustizia dal 1996, avrebbe intrattenuto con diversi esponenti dell’intelligence italiana e straniera non potevano passare inosservati tra i componenti dell’organo di controllo sui servizi segreti. Al punto da spingerli ad interpellare il direttore generale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), Giampiero Massolo, per avere chiarimenti ed eventuali documenti. In particolare per sapere se, negli anni, siano stati stilati dei rapporti sul suo conto e che tipo di relazioni i nostri servizi abbiano intrattenuto, e a quale scopo, con uno dei pezzi da novanta della mafia siciliana durante gli anni bui delle stragi.

BOMBE CONTROVERSE – Ma cosa ha detto Di Carlo di tanto rilevante da attirare l’attenzione del Copasir? Nell’intervista a Rita Di Giovacchino, l’ex boss di Cosa Nostra arriva addirittura a smentire la versione dell’amico Gioacchino La Barbera, l’uomo che diede il segnale per dare il via alla strage di Capaci nella quale perse la vita il giudice Giovanni Falcone, insieme alla moglie e a tre agenti della scorta. La Barbera divenne poi collaboratore di giustizia ed uno dei testi chiave proprio nel processo sulla morte del magistrato. Ma la sua versione, secondo la quale le stragi di Capaci e via D’Amelio furono decise dieci anni prima in una villa al Circeo, nel corso di un incontro tra mafiosi e uomini di Stato, non coincide con quella di Di Carlo. Secondo il quale, invece, “le stragi non sono state decise nel 1980, ma molti anni dopo”. Perché “a quei tempi si parlava ancora di golpe”. L’ex boss di Altofonte ne è certo. Perché a quella riunione, a differenza di La Barbera, lui c’era. Espulso in seguito da Cosa Nostra per un conflitto sorto intorno a un carico di eroina perduto, Di Carlo fu costretto a lasciare l’Italia e a trasferirsi a Londra, in Gran Bretagna. Dove venne arrestato nel 1985 per traffico di droga e, nel 1987, condannato a 25 anni di reclusione.

SERVIZI PARTICOLARI – “In quel periodo ero nel carcere di Full Sutton, in Inghilterra, dove come si sa ho ricevuto varie visite di agenti segreti italiani e stranieri, ho subìto minacce, ho temuto di essere ucciso”, racconta nell’intervista. Dieci anni dopo, la decisione di pentirsi. “Il mio arrivo in Italia nel ’96 fece paura – ricorda –. Gli uomini che erano venuti a trovarmi a Full Sutton, presente il commissario di polizia Arnaldo La Barbera (morto nel frattempo, ndr), mi proposero di evadere”. Proposta rifiutata. Poi l’apoteosi finale. “Ho accusato Arnaldo La Barbera, che non era il solito agente segreto, ma un superpoliziotto in carriera messo dal capo della polizia Vincenzo Parisi alla guida del pool che indagava sulle stragi – prosegue Di Carlo –. Cosa che non ho mai capito, La Barbera stava lì per spiarlo, lo considero il più grande depistatore di tutti i tempi. Era nel Sisde fino all’88, ma nell’89 è venuto a trovarmi in Inghilterra insieme a Giovannino del Sismi, si era portato a Palermo la squadretta che aveva a Venezia, ha arrestato Scarantino (il depistatore delle indagini di via d’ Amelio) che non sapeva neppure il proprio nome. Ma a Caltanissetta dicono: ‘Sì, il depistaggio è tutta colpa di La Barbera, lui è morto chiudiamola qui’. Incredibile”.

ULTIMO MISTERO – Insomma, l’ennesimo giallo a suon di bombe e barbe finte. Uno dei tanti che ruota intorno all’uomo dei misteri e dei segreti di Cosa Nostra. Nel cui curriculum non poteva mancare neppure il coinvolgimento nella morte del “Banchiere di Dio” Roberto Calvi. Nel luglio del 1991 il pentito Francesco Marino Mannoia lo accusò dell’omicidio del presidente del Banco Ambrosiano per ordine del boss Pippo Calò. Di Carlo confermò l’identità del mandante del delitto, ma negò di esserne stato l’esecutore. Sebbene solo per caso: essendo irreperibile, il delitto fu commissionato ad altri sicari. Oggi l’ex boss di Altofonte ha pagato il suo debito con la giustizia e vive tra la Gran Bretagna e il Nord Italia. Ma, a quanto pare, c’è ancora molto da sapere sul suo conto. Almeno così sembrano pensarla al Copasir .

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