ultras lazioIl tramonto dell’Occidente nel secolo breve. Sullo sfondo il rimbalzo clandestino di un pallone sgonfio nell’irruenza scomoda del ‘900: i giovani romani dalla Grande Guerra agli anni di piombo (e pure dopo). La scia polverosa dei terreni da gioco e gli spalti orgiastici dell’arena popolare nel simbolo di un sodalizio polisportivo, accentratore: Lazio Patria Nostra è confine immaginifico e cornice apologetica, tratto rappresentativo di un quadro socio-politico tipicamente italiano, dove l’utopia del passato prossimo s’intreccia nei cicli rituali.

Gli eventi: 1915-18, chiamata alle armi. “Dal Tevere al Piave” (Eraclea) gli atleti della Lazio nella Prima Guerra Mondiale, è la meticolosa ricostruzione della libera enciclopedia digitale LazioWiki, condotta con metodo e rigore per rileggere in filigrana imprese agonistiche, vite militari e tributo di sangue dei 30 tra i circa 300 sportivi, soci e dirigenti biancocelesti che hanno “combattuto, lottato, pianto e solo raramente sorriso. Un’intera generazione strappata alle radici e catapultata in una guerra che dire feroce è un eufemismo”.

Patrocinato dal comitato di Commemorazione del Centenario (Presidenza Consiglio Ministri), dal libro emerge la devozione laica degli attori del pionieristico foot-ball (morirono al fronte anche Herbert Kilpin fondatore del Milan e James Spensley, leggenda genoana), culminato nella conversione del campo Rondinella (primo stadio laziale) in orto di guerra per sfamare civili e truppe in trincea: su proposta di Benedetto Croce (Ministro Istruzione) alla Lazio valse il fregio di Ente Morale per Regio Decreto (nel 1927 ne impedì la fusione fascista nella Roma). Revisionismo: nel 1915 la Figc sospese la finale di campionato, assegnandolo d’ufficio al nordista Genoa. Un secolo dopo, dal nido dell’Aquila lo rivendicano ex equo, primatisti nel Centro-Sud! 

Altri fatti: 1975-1982, il lascito scottante della Seconda Guerra Mondiale. Il clima rovente degli irripetibili anni di piombo è il succo di “Faccetta Biancoceleste” (Ultra Sport) scritto dal giornalista Stefano Greco, affresco di vecchi protagonisti di curva e riflessioni (auto)biografiche su mode giovanili e subcultura urbana, in stile fascisteria di Ugo Maria Tassinari e trilogia fiamma-celtica di Nicola Rao. Non un libro di denuncia, né anacronistica nostalgia, ma lettura ‘diversa’ su trame, terreno di coltura e dinamiche di germinazione, esplosione e demonizzazione del movimento ultras. Quando Roma sembrava Belfast e l’intifada s’immischiava nella torcida scandendo cori goliardico-provocatori, innescando una scia d’odio-amore tuttora vigente: “E’ il racconto di come eravamo, ma anche di tanti errori commessi, di quelle follie che fai a 20 anni per dimostrare che hai le palle, senza paura di niente e nessuno.”

Stanando l’enigma del binomio ‘laziale-fascista’, (“luogo comune come napoletano furbo camorrista, ligure tirchio, siciliano mafioso e toscano bestemmiatore”), più che sbugiardare un’informazione complottista, Greco evidenzia la (serpeggiante) convergenza d’intenti celata nell’arcano: mass-media alla ricerca di titoli ‘colpevolisti’ (sbatti il mostro in prima!) e tifosi identitari, fieri di sostenere la “squadra maledetta” (me ne frego!).

E l’identità ab origine chinagliesca fino al 2013 è la ‘summa teologica’ di Anni buttati, una malattia chiamata tifo” (Settimo Sigillo), il pamphlet di oltre 40 anni di ricordi in prima linea, minuziosa aneddotica e spunti di critica sistemica di Antonio Bravaccini, in arte Grinta, bastian contrario in Nord, anticonformista in Tevere, l’originalità futuristeggiante di un carismatico aggregatore, erede della ‘coscienza’ della Lazio che nel 1987 fondò gli ‘Irriducibili’ come officina integrale d’incitamento, laboratorio socio-popolare di giovanilismo e mentalità critico-conflittuale per la crescita di un tifo consapevole, negli inferi dell’asfittico calcio bugiardo, venduto, tecnocrate, militarizzato. Le pagine del Grinta trasudano malinconia perché il sogno ribelle svanisce all’alba del Terzo millennio: declino e oscurantismo del sistema comprimono spazi vitali e spontaneismo del supporter, robotizzato, antropologicamente mutato in serbatoio elettorale e consumatore “senza storia né passato”. Cuori frantumati, sedotti e abbandonati: con l’involuzione della specie, il giocattolo s’è rotto nel suo stesso stereotipo e i ‘lunedì senza voce’ volatilizzati. La battaglia è finita. Lo show di oggi è senza appeal e il contenitore vuoto, senz’anima. Il Re è nudo: degli anni buttati restano memoria e onore ai caduti. Di tutte le guerre. Presentat’arm! Vincono impermanenza e secolarizzazione.… maledetta primavera!