Roberto Vecchioni Premio TencoPrima serata del Premio Tenco 2015, dedicato a Francesco Guccini. Questa è la fredda cronaca (o quantomeno tiepida) dello spettacolo andato in scena all’Ariston.

Come d’inconsueto, non si parte con “Lontano lontano” di Tenco, un po’ la “sigla” della Rassegna, ma col sipario che sfila su Vittorio De Scalzi, Mauro Pagani ed Edmondo Romano che cantano “Auschwitz“. Si entra in clima Guccini, ovviamente è giusto così, e la cosa funziona.

Subito dopo è la volta dell’Orchestra nazionale dei giovani talenti del Jazz, diretta da Paolo Damiani. Un concentrato di bravura per un’esibizione con un inedito e il rifacimento di “Quattro stracci” di Guccini, in trequarti; una bella sfida per una ballad folk degli anni Novanta, che da narrativa è diventata più lirica, vagamente swingata.

A questo punto sul palco è intervenuto un divertente Paolo Migone, storico dissacratore delle piccole e verosimili “tragedie” matrimoniali, nei panni dell’immancabile tappabuchi. Bisogna dire che le scelte del Club per questo ruolo raramente sono da biasimare.

Poi è stata la volta della prima premiazione, con la Targa opera prima a La Scapigliatura. Partono con il pezzo dedicato a Guccini, “L’antisociale“, con la intro di un passo di “Io canterò politico” di Lauzi (passo ovviamente dedicato a Guccini stesso). Poi via con canzoni proprie: testi eleganti e acuti, per brani vestiti con garbo “in gilet” sul modello Baustelle, con ammiccamenti volutamente pretestuosi al modo d’avanguardia di fine Ottocento e Novecento, aria straniante e finezza citazionista postmoderna. È un genere sostanzialmente non innovativo, ma, davvero, non importa: il nuovo non è un valore di per sé e loro ciò che fanno lo sanno fare molto bene. Voglio dire che il buongusto non richiede ogni volta un linguaggio nuovo, ma sta anche nel saper usare con genio un codice preesistente. Gradita conferma.

Al contrario invece John De Leo, l’artista successivo, è risultato superfluo e autoreferenziale. Doti vocali sovrumane, ma che si inerpicano in ingiustificati virtuosismi, per esempio su quel gioiello che è la canzone “Il pensionato” nel tributo a Guccini: almeno però in un quarto d’ora di esibizione De Leo ha cantato una bella canzone, pur senza particolari meriti.

E siamo ad Appino. Fa fatica a creare empatia col pubblico, con ballate stanche e calanti, fintamente senza pretesa. I testi non sono banali, ma la sua cifra artistica sta nell’apparire immotivatamente rockstar. Trascurabile. Gli tocca in sorte “Eskimo” di Guccini; un macigno. Sopravvive.

Poi c’è stata la premiazione di Guido De Maria, storico disegnatore, amico e collaboratore di Guccini, Premio Tenco all’operatore culturale. E a premiarlo è proprio il Maestrone di Pavana, finalmente sul palco e travolto da un calore devastante.

A quel punto sul palco è salita Cristina Donà e il Tenco ha ripreso la forma musicale di propria competenza. La Donà ha ritirato la Targa Tenco per la migliore canzone dell’anno, assieme a Saverio Lanza. Primi due pezzi piano e voce, in stile interprete pura, che le si addice perfettamente, pur non essendo strettamente il suo. In questo modo ha eseguito due brani, tra cui “Stelle” di Guccini in modo calzante e impeccabile, per poi imbracciare chitarra per “Il tuo nome” e “Il senso delle cose“, il brano premiato. Decisamente più rock; decisamente più usuale per lei; decisamente con medesima classe.

A questo punto il gran finale, con Roberto Vecchioni. Vecchioni e Guccini, si sa, sono amici da tempo immemore. Roberto celebra Francesco in maniera molto familiare, e si capisce che andrà così sin da quando il presentatore Antonio Silva va a prendere il cantautore dietro le quinte, entrando sottobraccio con lui fino al microfono: uno di casa che entra e omaggia un amico, pochi fronzoli. Il regalo però è fuori dal comune: “Bisanzio” recitata, con sottofondo musicale ma senza modulare la voce. Vuoi per la bellezza del testo, vuoi per la bravura e la passione di Vecchioni per Guccini, il tutto fa semplicemente fermare il tempo. Poi prosegue inanellando alcune delle sue più belle canzoni, come “L’ultimo spettacolo” (“lanciata” da Massimo Germini alla chitarra e Lucio Fabbri al mandolino), “Io non appartengo più” (accidenti se Vecchioni ha ancora qualcosa da dire!), “Vincent“, “Incontro” (a detta di chi vi scrive, la più bella di Guccini), e gran finale con “Luci a San Siro”, brano che su quello stesso palco, in un Premio Tenco di molti anni fa – era il 1989 -, fu cantata dallo stesso Francesco Guccini, introducendola dicendo “maledizione, perché non l’ho scritta io?”.

Tutto perfettamente al proprio posto. E quel posto è il Premio Tenco.