MEZZALA-IRREQUIETO-webSe il primo disco da Mezzala aveva un sound molto vicino a quello dei Numero 6 e segnava la voglia di sperimentare un percorso da solista, Irrequieto indica chiaramente qual è musicalmente la mia strada adesso, ed diversa rispetto a quella percorsa finora”, dice Michele “Mezzala” Bitossi parlando del suo secondo album da solista, intitolato Irrequieto. “Sono irrequieto di natura e questo mi porta a fare delle belle cose spesso, e a fare grandi errori altrettanto spesso. Odio annoiarmi, scrivo in continuazione. Ma la mia irrequietezza è stata mitigata dal fatto di aver coinvolto amici come Ivan Rossi e Tristan Martinelli, ho detto loro ‘ragazzi prendetemi per mano, aiutatemi voi perché se faccio solo di testa mia sbaglio, sono troppo irrequieto placatemi voi’. Irrequieto, però a questo giro anche un po’ ponderato”…

Michele inizierei con una citazione: “Vorrei partire dalla copertina e sentirmi raccontare una storia da zero”…
Citazione colta e colgo l’occasione per ringraziare Matteo B Bianchi che è anche l’autore del testo di Capitoli primi. È una canzone emblematica sia del disco sia della mia voglia di confrontarmi con altri artisti e collaborare. Tra l’altro è un album che firmo io, ma paradossalmente è più corale rispetto a quelli prodotti con la mia band. Ho coinvolto da subito Ivan Rossi, che oltre a mixare il disco ne è anche il produttore e Tristan Martinelli. Ci siamo confrontati e loro hanno arrangiato questo disco in base alle mie idee e alla mie direttive.

A proposito della copertina, quante volte hai tentato prima di colpire la latta per fare una buona foto?
Una cinquantina buona… il fotografo Nanni Fontana è molto bravo ma anche molto esigente. E quando ha un’idea deve essere quella. Lui non ha avuto mai nulla a che fare con la musica, fa reportage bellissimi dalle zone di guerra, gira il mondo. Volevo una persona vergine dall’immaginario della musica italiana.

E’ il tuo secondo album da solista: c’è il rischio che tu e i Numero 6 prendiate strade diverse?
Il disco è uscito da qualche giorno, ma sto già lavorando a quello che sarà il prossimo da solista e che vorrei far uscire tra un anno e mezzo al massimo, proprio perché mi sto concentrando sul mio progetto Mezzala. I Numero 6 non sono sciolti, ma sono in stand by a tempo indeterminato. Ho bisogno di stimoli nuovi e mi sto trovando molto bene a fare cose soliste. La differenza quindi è che ora c’è solo il Mezzala e ascoltando questo disco si noterà quale è la direzione intrapresa.

Che tipo di album avevi in mente?
Volevo fare un disco caldo “alla vecchia”, ispirandomi a certi album degli anni 70 alla Ivan Graziani, Eugenio Finardi, Lucio Dalla, Alberto Fortis, Lucio Battisti, per i quali nutro molto rispetto. Volevo fare un disco al centro del quale prima di tutto ci fosse la musica suonata davvero in diretta in uno studio. Abbiamo fatto dei lunghi lavori di preproduzione, meticolosi, e poi abbiamo arruolato una serie di musicisti molto bravi che hanno dato apporti significativi.

Che atmosfera si respirava in studio?
Si percepiva il sudore, il calore di quello che stava accadendo… è il tipo di album che avrei voluto fare da sempre. Andando controcorrente, facendo un album fuori dal tempo con al centro la musica.

Si sente che c’è voglia di fare, di sperimentare. Mi sembri sereno nelle tue parole.
Non avere niente o poco da dimostrare né pressioni è stato importante. È un disco fatto prescindendo dai calcoli di ordine radiofonico, di opportunità, del suono che va. Abbiamo detto: facciamo un disco che vorremmo ascoltare e che ci piacerebbe registrare. Con uno spirito da fanciullino pascoliano. Abbiamo detto: facciamo un disco con i fiati, con un sound soul bianco e non poniamoci limiti, facciamo le cose che ci piacciono di più.

È bello avere questo tipo di approccio in un mondo – quello indie italiano – che spesso tende a prendersi troppo sul serio.
Per me gli Artisti sono altri. Io sono solo un artigiano, uno che scrive canzoni e cerca di farlo al meglio. È vero, c’è molta seriosità nel mondo indipendente italiano e questo mi fa fuggire da certe dinamiche e mi spinge a fare altre cose. Il fatto che io non mi prenda sul serio, che sia ironico in quello che faccio, non vuol dire che non credo in quello che faccio, ma credo che prendersi troppo sul serio è controproducente. Cerco di esser rilassato, di far parlare la mia musica e sparare ogni tanto qualche cazzata. Non stiamo salvando il mondo noi cantautori italiani.

Dici di volerti rilassare però poi intitoli il disco Irrequieto.
Quando si è trattato di scegliere come intitolare il disco non avevo dubbi. Io sono irrequieto di natura, questa cosa mi porta a fare delle belle cose spesso e a fare grandi errori altrettanto spesso. Odio annoiarmi, sono in perenne flusso, ho anche un po’ l’ossessione della creatività, scrivo in continuazione, faccio progetti in continuazione. Ho fissato la mia essenza nel titolo del disco, però, la mia irrequietezza è stata mitigata dal fatto di aver coinvolto amici come Ivan e Tristan, ho detto loro ‘ragazzi prendetemi per mano, aiutatemi voi perché se faccio solo di testa mia faccio cose sbagliate, sono troppo irrequieto placatemi voi’. Irrequieto però a questo giro anche un po’ ponderato.

In un verso di Capitoli primi canti: “Mi vedevo destinato ad altre cose, un buon modello da seguire per generazioni rancorose”…
C’è una certa ironia di fondo in questa frase, non c’è nessuna voglia di mettersi sul piedistallo. Le cose in cui mi vedevo destinato sono molte da elencare, ma posso dire di star bene qui dove sono e alle generazioni rancorose di non piangersi addosso e reagire.

Nel brano Chissà, al tuo amico Zibba fai cantare un verso in cui riporti il giudizio elegante, ma poco gratificante, dato da un critico alla tua musica.
Sempre con un approccio ironico ma assolutamente non polemico, nell’interludio del brano Chissà avevo bisogno di una voce altra perché è uno che sta parlando a me di me. Allora ho chiamato Zibba che è un autore che stimo molto e che ha questa voce importante. Quella che recita è la risposta che dà generalmente un discografico quando ti deve liquidare. Quando quello che gli hai mandato non gli dispiace ma essendo preso da tutt’altro, come ad esempio dai Talent, ti risponde che hai un bel mondo, e fa dei riferimenti un po’ a cazzo. Spesso, appunto, ti dicono ‘hai un bel mondo’. Io non so di preciso cosa vogliano dire perché loro ragionano in mondi. In Italia nel mainstream quando c’è da fare una hit per nuovi interpreti si cerca di attingere da vari mondi per poi fare un mondo italiano. Ho giocato su questo tipo di feedback arrivati non solo a me ma a molti altri amici colleghi con i quali ci abbiamo scherzato su.

Effettivamente siamo nell’éra dei Talent: mi dici qual è la tua opinione al riguardo?
Seguo X Factor perché mi interessa, a volte ci sono anche cose interessanti, e poi perché amo il Pop oltreché il trash inconsapevole. Il problema è che tutto ciò che adesso ha possibilità di fare capolino presso il grande pubblico, al 95 per cento passa attraverso i talent, perché c’è una sorta di preclusione e dinamiche poco chiare. Dispiace che sia diventata una corsa all’oro da parte delle major che sono oramai incapaci di andare avanti, se non seguendo certe dinamiche. Quanti di quelli che hanno vinto X Factor sono oggi sulla cresta dell’onda? Io seguo quello che viene fatto traendone degli input, per fare però il contrario. Mi sta bene però che ci siano.

C’è anche un pezzo che fa riferimento a Liverpool.
Liverpool per me vuol dire due cose: i Beatles e un ricordo calcistico, quando il Genoa nel ’91 espugnò l’Anfield Road.  Andai a quella trasferta che avevo 14 anni. A mio padre buonanima raccontai che andavo a studiare a casa di un amico in campagna. All’epoca non c’erano i cellulari e lui si fidò, io invece presi un volo assieme alla Fossa dei Grifoni e assistetti alla partita.

Del Genoa dell’epoca chi rivorresti potendo scegliere uno tra Skuhravy, Aguilera e Bortolazzi?
Per me il Genoa è una ragione di vita, ho visto la mia prima partita in gradinata nord a 4 anni nel ’79, rimasi folgorato. Cerco di vivere il mio tifo nel modo più sano possibile anche se spesso non ci riesco, soffro come un cane quando il Genoa perde e sono intrattabile per tre giorni, nonostante il calcio moderno mi faccia schifo per tanti aspetti. E’ una malattia che non va più via, citando una canzone da stadio. Sono tanti i giocatori di quell’epoca a cui mi sento affezionato, però non posso che dirtene uno, Gianluca Signorini, il nostro grande capitano. Un ragazzo d’oro che purtroppo ci ha lasciati per una bruttissima malattia. Il numero 6 del Genoa sarà per sempre lui e infatti la maglia è stata ritirata. Mi piace ricordare anche il Professor Scoglio, un esempio, uno che ha saputo regalarci un sogno.