Non c’è confine che tenga, quando Cosa Nostra decide di minacciare tutto vale. Da Casteldaccia a Milano. Questa la rotta per capire la vicenda di Gianluca Calì, imprenditore siciliano, salito al nord nel 2001 e passato da venditore di auto a socio di una delle più grandi concessionarie della Bmw nel capoluogo lombardo.

Con i soldi, però, arrivano i guai. L’idea di aprire un salone d’auto a Casteldaccia stuzzica gli appetiti mafiosi. Se poi ci si mette anche l’acquisto di una vecchia magione appartenuta al padrino Michele Greco detto il Papa e il contrasto con Sergio Flamia, boss di Bagheria, pentito, autoaccusatosi di 40 omicidi, legato ai servizi segreti, già autista di fiducia di Bernardo Provenzano, la storia diventa assai delicata.

Di minacce Calì ne ha ricevute moltissime a partire dal 2010. Auto incendiate e discredito. In Sicilia gira con una macchina blindata comprata su eBay. In tasca la pistola, a portata di mano un giubbotto antiproiettile. Nel 2014, però, i boss decidono di salire a Milano. Tre episodi incredibili. L’ultimo solo due giorni fa. Quando una Mercedes nera arriva in via Ariberto davanti alla scuola elementare dove studiano i due figli di Calì (7 e 6 anni).

Sono le 16.50, orario di uscita. Fuori ad attenderli c’è la babysitter. L’auto le si avvicina. Ha i vetri oscurati, sia anteriori che posteriori. Un uomo dall’accento siciliano chiede: “Sono i figli di Calì?”. La donna risponde di no, che quelli sono i suoi. La macchina riparte. Sentita ieri al Commissariato di Porta Genova la ragazza ha spiegato: “L’uomo era di origini siciliane, corporatura robusta, circa 45 anni”. E poi aggiunge un particolare forse decisivo: nel momento in cui l’uomo le rivolge la parola il navigatore dell’auto avverte: “Destinazione raggiunta”. La Mercedes non era lì per caso. Spiega Calì: “Girare con i vetri anteriori oscurati è vietato, ti sequestrano l’auto, a meno che tu non abbia un tesserino”.

E qui torna alla mente la vicenda di Flamia, i suoi contatti con uomini dello Stato e il collegamento con il cosiddetto Protocollo Farfalla, l’accordo tra i servizi segreti e l’amministrazione penitenziaria per gestire le informazioni dei boss all’interno delle carceri. Non sembra uno qualunque Flamia. Nei suoi verbali addirittura sminuisce le parole di Luigi Ilardo, il boss che nel 1995 voleva portare i carabinieri nel casale di Mezzojuso dove si sarebbe nascosto Provenzano. “Era lui – spiega Calì – che nel 2011 venne al mio salone per battere cassa, volevo denunciarlo ma il commissariato di Bagheria mi sconsigliò, feci spontanee dichiarazioni, quel verbale non arrivò mai all’antimafia”. Per questo Calì si rivolse ai carabinieri e partì la denuncia.

Torniamo a Milano. Nel febbraio 2014, due uomini entrano nell’autosalone della Bmw. Che fanno? Stanno fermi, non guardano le auto, fissano Calì che è al telefono. Sta parlando con i carabinieri: qualcuno ha forzato il cancello della sua casa al mare. Quando termina la chiamata i due se ne vanno a bordo di una Subaru. Calì prende la targa. Al Pubblico registro automobilistico però non esiste. In Questura a Milano non vanno oltre. Ha un codice che non appartiene ad alcuna forza dell’ordine. “Era dei servizi segreti, ma quali ancora non si è capito”.

C’è una minaccia, ma c’è anche qualcosa che non si afferra del tutto. Ottobre 2014: Calì è in Sicilia per una manifestazione antiracket. A Milano, negli uffici di via Gallarate, c’è sua moglie. Un uomo entra e si qualifica come finanziere, spiega che sta facendo un servizio operativo e per mezz’ora sta fermo. Che fa? Parla al telefono. Calì chiama la polizia. In zona arrivano tre volanti. “Ma trenta secondi prima – spiega – l’uomo se ne va, dalle riprese interne capiamo che mentre era lì ha tirato fuori una pistola nascondendola nella giacca”. Il comando provinciale della Guardia di Finanza non sa nulla di un’operazione in via Gallarate.

Quello non era un finanziere. “Lunedì – dice Calì – i boss di Cosa Nostra hanno alzato decisamente il livello, perché hanno toccato i miei figli e ora le cose si complicano, perché io ho fatto la mia scelta, mia moglie mi segue con molti dubbi, ma i miei figli non c’entrano nulla”.

da Il Fatto Quotidiano del 21 ottobre 2015