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La scuola ai tempi delle “riforme”: presidi reggenti su più sedi (che di fatto non riescono a controllare), segreterie e personale Ata ridotti all’osso, cattedre scoperte, supplenti non nominati perché non ci sono i soldi, personale invecchiato, spesso inadeguato, mal pagato, competenze mortificate, strutture fatiscenti, programmi antiquati che non fanno che amplificare il gap generazionale e la distanza dal mondo reale.

I diversi provvedimenti, soprattutto dei governi Berlusconi ma senza cambiamenti rotta nelle parentesi di centro sinistra, sono stati scritti più nel ministero dell’Economia che dalle varie Moratti o Gelmini, con l’unico obiettivo di ottenere tagli indiscriminati e risparmi, riducendo orari, corsi, materie, classi, accorpando istituti.

I risultati di vent’anni di cure dimagranti sono a dir poco allarmanti: in diversi importanti parametri, come la percentuale dei laureati o il numero delle iscrizioni, l’Italia si pone all’ultimo posto dei Paesi europei e al penultimo di quelli Ocse (dietro di noi solo la Turchia). Ma è la tendenza che fa più impressione: mentre in tutto il mondo aumenta la spesa per ricerca e sviluppo (quadruplicata negli ultimi 20 anni, interessando anche paesi che eravamo abituati a considerare “arretrati”), solo da noi in controtendenza si è quasi dimezzata e oggi investiamo in conoscenza una quota limitata del Pil, molto al di sotto della media mondiale.

Ma veniamo a noi: la scuola in carcere. La riorganizzazione prevista dalla nuova normativa comporterebbe il passaggio di tutta l’educazione per gli adulti, compresi quelli ristretti, sotto i Cpia, entità non ben definite, potentissime sulla carta ma prive di uffici, dotazioni minime per poter lavorare, iscritti. Di fronte all’incertezza delle competenze tra questi e i Dirigenti delle scuole secondarie, a rimetterci in alcuni casi sono stati i detenuti studenti cui non è stato permesso di frequentare le lezioni, interrompendo l’essenziale servizio dell’istruzione e il diritto allo studio costituzionalmente garantito.

Più in generale va ribadito che lo studio (alla pari solo del lavoro, ma su piani diversi e alla fine collegati) è tra le pochissime attività che possono riempire di senso l’enorme sforzo di risorse umane e finanziarie che lo Stato compie nel tenere decine di migliaia di persone chiuse in galera. Se la pena avesse solo la funzione afflittiva, risarcitoria e al limite dissuasiva, tanto varrebbe reintrodurre le punizioni corporali e, nei casi più gravi, la pena di morte. Ma la nostra Costituzione sancisce la funzione rieducativa della pena e lo scopo del reinserimento sociale del condannato. Nella legislazione conseguente ci sono tutta una serie di misure atte a inserire a pieno titolo l’istruzione nell’opera trattamentale.

Da svariate esperienze compiute a livello internazionale, studio e lavoro si sono rivelati gli unici antidoti alla recidiva. È solo offrendo questo tipo di opportunità che si può sperare che qualcuno cambi vita, riveda criticamente il suo passato e soprattutto smetta di compiere reati (che è quello che interessa alla collettività, sempre più bisognosa di sicurezza).

Nelle ultime disposizioni normative si parla di bienni unificati, certificazione di competenze, accorciamento dei corsi, professionalizzazione. Ammesso che certe cose possano avere un senso nell’educazione agli adulti esterni (cd. serali), ove il conseguimento di un diploma può aprire qualche spiraglio nel mercato del lavoro, per la scuola in carcere va fatto un discorso completamente diverso. Va rimarcata una volta di più la specificità di questo ambito dell’istruzione. I detenuti che decidono di studiare quasi mai lo fanno per ottenere certificati: sono adulti, alcuni persino anziani e sanno benissimo che oggi trovare lavoro è impresa ardua anche per chi non riporta condanne. La scuola permette loro di impiegare il tempo in maniera proficua, applicarsi su questioni che non avrebbero mai immaginato potessero interessarli, confrontarsi con i docenti, persone di cultura e, per alcuni per la prima volta nella loro vita, estranee dai circuiti criminali. Sono frequenti i casi di chi, soprattutto coloro che hanno condanne lunghe, finiti i cinque anni di scuola chiede di poter continuare a assistere alle lezioni o addirittura si iscrive all’Università (per cui nel nostro istituto curiamo un progetto di cui ho già raccontato).

L’incontro con la cultura per alcuni detenuti ha veri effetti catartici, può sbloccare situazioni psicologicamente difficili, può aprire nuovi orizzonti: solo per fare un esempio, mi piace ricordare un attempato arabo che aveva sempre vissuto di traffici e “nero marcato” tra i paesi mediterranei. Frequentò tutti e cinque gli anni di scuola senza mai perdere una lezione e ringraziando con modi ossequiosi al termine di ogni giornata di studio. Una volta uscito, l’ho incontrato sui banchi di Economia e commercio, più entusiasta che mai. Eh sì, di una grande Riforma avrebbe bisogno la scuola, che la riconsideri tutta dalle fondamenta, tenendo conto di tutte le diverse situazioni!