Mario Mantovani le chiamava così: “le nostre Croci”. Al telefono chiedeva con insistenza notizie sul “problema del bando per dializzati” da 11,3 milioni di euro bandito il 24 febbraio 2014 da Regione Lombardia per una convenzione unica di 24 mesi per il servizio di trasporto dei malati nefropatici, finita nell’inchiesta che ha portato all’arresto del vicepresidente della Regione Lombardia e di altre due persone. Ne parla più volte, con l’assessore all’Economia, Massimo Garavaglia (il braccio destro, indagato, del presidente leghista Roberto Maroni), con i direttori di Asl, con funzionari e titolari delle associazioni di volontariato. La vicenda gli sta molto a cuore, ma non per i motivi che ci si aspetta. Il problema era uno e uno soltanto: quel bando, che imponeva un accordo quadro tra le Asl di Milano e Pavia volto a uniformare e contenere le tariffe, avrebbe di fatto escluso gli operatori minori – specie quelli operanti nei territori di Magenta e Legnano, quelli d’elezione degli stessi Mantovani e Garavaglia – che non potevano partecipare, perché non in grado di presentare la necessaria fidejussione, e lamentavano il rischio di compensi inferiori a quelli attuali.

Specie la Croce Azzurra Ticinia Onlus, con il cui presidente i due politici conversano a più riprese, nonostante fosse un fornitore del servizio messo a gara. Così Garavaglia sollecita Mantovani a intervenire sui funzionari della Sanità per trovare un cavillo e mandare a monte la gara, garantendo alle “nostre croci” la proroga dei servizi alle vecchie tariffe. Ragionano di costi, chilometri, rimborsi. Ma in un’ottica di sabotaggio, non di efficienza del servizio. Dalle intercettazioni, scrivono i pm, emergono le “strette interconnessioni tra incarichi dirigenziali e appartenenze politiche, in forza delle quali il rapporto fiduciario tra l’organismo politico e i direttori generali della sanità rischia di fondarsi più sui legami politici che non sulla competenza ed esperienza vantata dai manager pubblici”. Le pressioni sui funzionari e i responsabili del procedimento funzionano: l’esito della gara non sarà pubblicato, gli aggiudicatari non saranno invitati a sottoscrivere l’accordo. E grazie a questa inerzia, come d’incanto, i servizi verranno prorogati, consentendo agli operatori “in quota” di continuare a fatturare alla Regione come se il bando non ci fosse mai stato.

La notizia, insieme a quella degli arresti, arriva presto alle associazioni dei dializzati. In Italia sono 50mila. Non la prendono bene. “Vorrei capire di più, la vicenda ci lascia atterriti. Speriamo faccia venire a galla cosa c’è davvero dietro questo mondo”. Valentina Paris è la presidente dell’Associazione nazionale degli emodializzati (Aned), quella che proprio da Milano ha vinto la storica battaglia per introdurre il trasporto dei dializzati tra i livelli essenziali di assistenza, a spese del SSN. “Neanche a farlo apposta – racconta dall’ufficio in via Hoepli, dietro al Duomo di Milano – venerdì ero in Regione Lombardia. Ero lì proprio per spiegare ai dirigenti le difficoltà dei pazienti lombardi relative al servizio di trasporto in convenzione. Un businnes immenso: solo in Lombardia abbiamo 7mila pazienti, la metà dei quali deve essere trasportata tre volte la settimana in ospedale. Un ambulanza costa 300 euro a viaggio. Ma da tempo c’è una lotta senza quartiere tra le varie “croci” per garantirsi il servizio. Alcune sono disposte a tutto”.

La presidente Aned spiega così il “sistema”: “Siccome devono figurare come volontari, ma non tutti lo sono, alcuni operatori finiscono per chiedere alle famiglie un contributo in nero di 100-200 euro al mese. Il ricatto è implicito: chi si rifiuta di pagare la tangente sul trasporto rischia di restare a piedi o peggio di essere trascinato per ore nella città col pretesto di non fare viaggi a vuoto. C’è in questo ambito una componente di sommerso gigantesca e un tratto di violenza sui deboli inaccettabile”. L’amarezza è tanta: “Un dializzato sovverte le abitudini della famiglia. E’ una condizione che impone a tutti i familiari un grande sacrificio e provoca un dolore morale più forte ancora di quello fisico, è una sofferenza che la vive affronta con grande decoro e che insegna molte cose. Vederla tradita così è terribile”.

Non è la prima volta, proprio in Lombardia. Lo racconta l’ex segretario dell’Aned lombarda​:  “Noi vediamo ​solo i disservizi alla base – spiega Emilio Mercanti – ma che ci fossero dei problemi lo si è ​capito di recente da due inchieste. A Brescia e Bergamo sono in corso due procedimenti penali a carico delle Asl. Nel primo caso alle associazioni che espletavano il servizio venivano concessi rimborsi anche per la tratta dalla sede alla casa del paziente, cosa espressamente esclusa dal contratto di servizio perché quella componente è a ca​r​ico dell’ambulanza”. E’ invece una storia peggiore​,​ se possibile​,​ quella che arriva da Bergamo: “Lì i dirigenti sanitari consentivano all’operatore di farsi rimborsare come viaggi individuali trasporti che invece avvenivano in gruppo, così si moltiplicavano esponenzialmente le spese”.

Forse nessuno immaginava tanto “sporco” anche a monte dei servizi.  “Io non so cosa voglia dire far vincere un operatore piuttosto che un altro – ammette Valentina Paris – . Quello che so, per esperienza diretta, è che è un business enorme e poco pulito. E che nonostante le tariffe della Regione siano generose chi le incassa non si accontenta. E spesso pretende soldi in nero”. Alla Regione l’associazione dei dializzati si era rivolta per tutelare i pazienti. Senza sapere che i suoi politici tutelavano altri interessi, avendo a cuore sopratutto la loro “croce”.