Carlo Gervasoni, il grande pentito del calcioscommesse che partiva dal gran capo “Dan” di Singapore e arrivava fino alla cellula bolognese (Sartor, Signori) e al cosiddetto “clan degli zingari” (Gegic, Ilievski), domenica scorsa ha raccontato anche in tivù quello che sta da tempo rivelando ai giudici. Lo ha fatto durante la prima puntata di Open Space, su Italia 1. Per rispettare i tempi televisivi, fatalmente e senza colpe, è potuta andare in onda solo una piccola parte (25 minuti) del lungo confronto (più di un’ora) che Gervasoni ha avuto con la conduttrice Nadia Toffa, il sottoscritto e Matteo Corfiati (uno degli autori del programma). Ecco, in esclusiva per ilfattoquotidiano.it, la versione pressoché integrale dell’intervista. Rispetto alla versione uscita sul cartaceo, questa è ancora più esaustiva.

Chi ero – “Fino a 27 anni ero un buon giocatore di B. Avrei potuto giocare in A, ma ho preferito godermi la vita e non stare in panchina. Guadagnavo circa 100mila euro a stagione”.

E’ cominciata così – “Ho truccato 12 gare in cui giocavo io, più una quarantina che ho pilotato. La prima volta che mi hanno proposto di aggiustare una partita è stato nel 2004. Stavamo andando in C, avevo 4 anni di contratto (400mila euro in totale). Ci siamo tassati tutti. Io ho dato 4mila euro. Ho poi conosciuto “gli zingari” in un ristorante in Svizzera, nel 2008. Al primo incontro mi hanno proposto di accomodare la partita. Inizialmente non ci sono stato. Giocavo nell’Albinoleffe. Gli “zingari”, dopo il primo incontro, mi hanno corteggiato come si fa con una ragazza: li ho rivisti 5-6 volte, fino a quando mi hanno proposto di nuovo di vendere una partita. Avevano borse piene di contanti. Ho accettato. La partita era Albinoleffe-Pisa, febbraio 2009. Però ho fatto un errore: ho invitato a casa mia quasi tutta la squadra e l’ho proposto a tutti: qualcuno ovviamente ha detto no, perché anche chi voleva non poteva esporsi davanti a tutti. Alla fine qualcuno di loro mi ha chiesto di combinarla e l’abbiamo fatto in tre. A fine anno ho cambiato squadra”.

Le cifre – “Quella volta col Pisa mi proposero 80mila euro da dividere con chi ci stava. Funzionava così: li vedevo, in genere in posti appartati (parcheggi, vie isolate). Mi davano i soldi che volevano “investire”, io tenevo una percentuale e li dividevo con chi partecipava alla combine”.

Organizzazione – “Il clan era molto organizzato, ogni 20-30 giorni mi cambiavano la Sim del telefono, poi principalmente ci sentivamo su Skype. È durata fino alla prima ondata di arresti, nel maggio 2011”.

Solo due no – “Gli zingari si fidavano di me e mi dicevano di scegliere i calciatori di cui fidarsi. Era difficile selezionarli. La prima volta gliela buttavo lì per scherzo, per vedere come reagivano. In base alla risposta capivo se ci sarebbero stati oppure no. In genere erano calciatori con cui avevo giocato, anche nelle giovanili, o che conoscevo perché li vedevo nei locali. Con gli italiani di solito era più facile, si prestano più facilmente alle combine. Più o meno ne ho contattati 60. Quanti hanno rifiutato? Solo 2”. Uno dei due no, ma Gervasoni non ha voluto confermarlo, è stato il cugino di Handanovic, al tempo portiere nel Mantova.

Perché lo facevo – “Per soldi. Per fare la bella vita. Cene, vacanze, locali. Avevo rotoli di bigliettoni in tasca. Giravo anche con 30-40mila euro in contanti. Se non mi avessero scoperto, probabilmente sarei andato avanti per sempre. E’ durata circa due anni e mezzo. Io le combinavo ogni tanto, ma molti miei compagni l’avrebbero fatto sempre. Vendere le partite mi dava un sacco di adrenalina, forse anche più di quella che avevo quando scendevo in campo in partite ‘regolari’. Era comunque un’adrenalina diversa: particolare. In quei momenti, ai tifosi che pagano il biglietto per vedere la partita, non pensi”.

Quanti soldi ho fatto (e poi perso) – “In tutto, a occhio e croce, credo di avere guadagnato mezzo milione di euro. Quanto mi è rimasto? Niente”.

Come si fa a combinare – “Bastano due o tre giocatori. Durante la famosa Atalanta-Piacenza, la madre di tutte le combine (19 marzo 2011), eravamo in tre del Piacenza ad averla venduta. Tra questi il portiere, e quando hai lui dalla tua è tutto più facile. Nella Sampdoria ad averla combinata c’era Cristiano Doni di sicuro. Tirò il primo rigore al centro proprio come gli avevo detto io a inizio partita, dopo avere parlato col mio portiere. Poi, visto che avevamo pattuito il 2-0 fine primo tempo, prima dell’intervallo procurai personalmente un secondo rigore per l’Atalanta. Alla fine doveva finire con almeno due gol di scarto e 3 reti dell’Atalanta. Finì 3-0 e tutto funzionò”. Doni è anche protagonista di una delle intercettazioni più comiche. Parlando con l’amico Santoni, anch’egli coinvolto, al telefono dice: “Fantozzi è lei?”. Lo fa – teoricamente – per “evitare” le intercettazioni. Poi, sempre a Santoni, consiglia di fare il falsetto per mascherare la voce (con risultati fantozziani). Il giorno dell’arresto, Doni – che oggi ha un chiosco di successo a Palmanova di Maiorca – provò a fuggire in mutande all’alba”.

Gli zingari – “Si scommette all’estero, preferibilmente in Asia. Gli ‘zingari’ scommettevano nei primi 10 minuti: clic continui con rialzo di 5mila euro. Nei primi 10 minuti, proprio perché c’erano le loro scommesse live, dovevamo stare attenti che nessuno segnasse. Alla fine la percentuale di combine andate in porto era del 70/80%. Gli zingari venivano da me e contattavo i calciatori. In ritiro prendevano una stanza nell’albergo della squadra, di fianco alla mia, e mi bussavano di notte alla porta.  Pagavano in anticipo perché se hai i soldi in mano sei più compromesso psicologicamente. In caso di mancato raggiungimento del risultato concordato dovevi restituire i soldi”.

Attendibilità – “Il pm Di Martino mi ha fatto fare un confronto all’americana con Gegic di sei ore. Lui negava, io raccontavo tutto in maniera circostanziata. Sto raccontando tutto quello che so e che ricordo, oggi mi sembra la cosa più giusta”.

Qualche volta va male – “Una volta, contro il Brescia, pur avendo venduto la partita salvai un gol sulla linea. Istinto, credo. Gli zingari si arrabbiarono molto. Provai a giustificarmi al telefono, dicendo che credevo che la palla avesse già varcato la linea. E poi mancava ancora mezz’ora, c’era tempo per aggiustarla. Ma la combine alla fine saltò. Dalla partita successiva gli zigari mi hanno dato la metà della solita parcella”.

Quel viaggio di notte – “Una volta gli zingari mi svegliarono in piena notte. C’era da andare ad Ascoli per provare a convincere un arbitro. Ero squalificato quella domenica, così mi tolsi il pigiama e partii verso Ascoli. Ma alla fine non riuscimmo a convincerlo”.

Come mi hanno scoperto –Cremonese-Paganese, 14 novembre 2010. Mi hanno messo un potente sedativo nel tè, o forse in una borraccia. Qualcuno dei nostri che voleva farci perdere” (per questo reato è stato condannato a 5 anni dalla giustizia sportiva l’allora portiere della Cremonese Marco Paoloni, che ha sempre negato). “Nessuno di noi sapeva nulla, ma eravamo più forti e dopo 3 minuti eravamo già 1-0. Finì 2-0. Dopo la partita, mentre tornavo a casa in macchina, mi sono addormentato di colpo e ho causato un incidente della madonna. Per fortuna non si è fatto male nessuno. Lì per lì ho pensato fosse stanchezza, ma era Minias in dosi da cavallo. Feci un esame delle urine su consiglio del medico sociale perché anche alcuni miei compagni erano stati male dopo la partita. Potevo anche morire. Quando hanno scoperto cosa ci aveva causato problemi è stata aperta un’indagine per avvelenamento. Da lì la Procura di Cremona ha sospettato che ci fossero sotto dei tentativi di combine e ha messo sotto controllo alcuni cellulari. Ed è iniziato tutto”.

Perché ho parlato – “Per liberarmi di un peso, perché ormai mi avevano beccato e perché rischiavo dai 3 ai 7 anni di carcere. Ma forse ho sbagliato. Dovevo dire: “Ok, parlo ma voglio tornare e giocare”. Non l’ho fatto e mi hanno radiato. Ho perso molti amici. Il mio agente? Mai più visto. Non posso tornare in alcune città. Sono arrivato a pensare al peggio. Mi ha salvato mia moglie”.

Altri giocano ancora – Gervasoni insiste sui due pesi e le due misure nel calcio. Allude soprattutto a Mauri, il capitano della Lazio, che il capo degli zingari Ilievski (che ha fatto anche i nomi di Milanetto e Bettarini) reputa responsabile della combine di Lazio-Genoa 4-2 (18 maggio 2011). “Non ho nulla contro Mauri. Ai giudici ho solo raccontato i fatti, proprio come Ilievski”. Un altro giocatore tornato in attività è Masiello, responsabile di un autogol surreale durante la combine Bari-Lecce 0-2 (15 maggio 2011) che ha portato al risarcimento dei tifosi per “danno di passione sportiva”. “So di avere sbagliato, ma ho la sensazione che in questa vicenda stia pagando solo io”.

Antonio Conte – “E’ difficile, molto difficile, che un allenatore non si accorga di una partita combinata. Può succedere, ma è molto raro”. Carobbio, che Gervasoni ben conosce, è il grande accusatore di Antonio Conte e con le sue parole ha portato alla squalifica per omessa denuncia dell’attuale ct della Nazionale (Albinoleffe-Siena stagione 2010/11 Serie B) e al rinvio a giudizio per frode sportiva da parte della Procura di Cremona assieme ad altri 103 indagati. Gervasoni reputa Carobbio un testimone credibile? “Molto credibile. Credibilissimo”.

Omertà nel calcio – Alla puntata di Open Space con Gervasoni ospite non hanno voluto partecipare Doni, Mauri, Tommasi (che inizialmente aveva detto sì) e Tavecchio (che è passato sopra un piede di uno degli inviati con la sua auto per sfuggire all’intervista).

I giudici – “Ho molto rispetto dei pm che stanno indagando su questa vicenda, Roberto Di Martino e Stefano Palazzi. E’ gente con le palle, ma ho la sensazione che li stiano abbandonando e che non abbiano purtroppo il potere che meriterebbero”.